Morale Sociale

 

 

Introduzione

 

Cosa è la Morale Sociale? E’ importante iniziare con il dire che ci sono tre caratteristiche dell’insegnamento sociale della Chiesa, perché noi faremo in particolare l’insegnamento sociale della Chiesa, però calato in una visione più ampia della morale sociale che abbraccia tutta la realtà dell’uomo, non solamente il cristiano, ma tutto l’uomo, tutta la persona, credente o non credente.

 

Però, prima di affrontare il discorso in maniera proprio concreta, vorrei dire tre caratteristiche dell’insegnamento sociale della Chiesa; prima di tutto sapete cosa è l’insegnamento sociale della Chiesa? L’insegnamento sociale della Chiesa è iniziato con una famosa enciclica la "Rerum Novarum".

 

Allora tre caratteristiche. Il tutto parte dalla questione sociale di Leone XIII. Questa enciclica è una scossa a tutto il mondo cattolico, che poi si allarga a tutto il mondo in generale, perché era la prima enciclica che un Papa affrontava a livello di sociale: "la questione degli operai", esattamente il 15 maggio 1891, con Leone XIII si ha la prima enciclica, se voi ci fate caso il nostro attuale Papa, a scadenza periodica, ha sempre pubblicato una enciclica sulla questione sociale, sempre riferendosi alla Rerum Novarum.

 

Quindi cosa possiamo dire dell’insegnamento sociale della Chiesa:

 

1 - non è un insegnamento definitivo ma dinamico - Cosa voglio dire. Il Magistero sociale della Chiesa non nasce come qualcosa già di definito, come qualcosa come i dogmi di fede (è così e non si mettono in discussione), il Magistero sociale della Chiesa è sempre in evoluzione, è sempre in un atteggiamento dinamico; quindi possiamo dire che è sempre come qualcosa che è destinato a svilupparsi, mai fermarsi e noi ci accorgeremo che tutte le encicliche man mano hanno tutte questa caratteristica, di avere sempre uno sviluppo. Quindi sempre questa caratteristica non definitivo ma sempre dinamico, per es. la Rerum Novarum è nata in un contesto occidentale, quindi una delimitazione geografica; perché contesto occidentale? Perchè c’era il problema degli operai, gli operai venivano sfruttati, i sindacati pensavano a tutt’altro che agli operai, c’era in Europa, in occidente, una realtà proprio di sfruttamento sia degli operai adulti, sia dei bambini; (in Inghilterra c’erano bambini che entravano in questi magazzini la mattina e uscivano la sera, bambini che morivano prestissimo o bambini che venivano messi nelle miniere per un motivo molto semplice: perchè in queste miniere c’era la possibilità ai bambini di potere entrare con più facilità di un adulto per gli imbocchi piccoli ecc.); e sembrava normalissima questa situazione. Questa situazione non era nascosta come adesso noi notiamo, pure se si verificano ancora queste situazioni (basta leggere un po' i giornali).

 

Possiamo dire che la "Rerum Novarum" nasce in un contesto occidentale, quindi una limitazione geografica, in un contesto industriale, quindi limitazione sociale, non era contesto agrario, non affronta il contesto agrario, non affronta il contesto terziario, affronta solo lo spazio industriale, ed era una lotta fra il contesto di sistema capitalista e di sistema collettivo, quindi limitazione culturale; cioè c’erano questi due gruppi, i capitalisti e gli operai, queste grosse potenze, perché tutte e due erano delle potenze; una potenza che gestiva, una potenza che lavorava, solamente e basta; quindi sorge questa bipolarità fra "padroni e operai"si può dire: capitalisti - proletari. Questo è l’aspetto della Rerum Novarum.

 

2 - non è soltanto discendente, ma ascendente - Cosa voglio dire? Il Magistero sociale della Chiesa non è soltanto qualcosa che discende dall’alto (la gerarchia decide di fare un documento e si scende), diciamo che non può necessariamente essere questo, come magari le encicliche di dogmatica, oppure di morale devono scaturire sempre da una riflessione teologica, da una riflessione di studio e scaturisce di solito sempre da uno studio che si consulta per avviare un discorso di morale.

 

Il Magistero sociale non è così. Esso è simultaneamente qualcosa che sale verso l’alto, capito il problema qual’è, già le distinzioni, non qualcosa che scende dall’alto verso il basso, ma qualcosa che sale dal basso, da una necessità di base all’alto, che percepisce questa necessità, la fa propria e la trasmette a tutto il mondo.

 

E’ stata fatta spesso una critica, che la gerarchia della Chiesa non si è sempre interessata sul sociale. La gerarchia non può interessarsi se non è la Chiesa, diciamo la base, che ha delle pretese, delle richieste e quindi se le fa proprie. Questa cosa degli operai: era perché, giustamente, c’erano dei gruppi di operai che non desideravano più essere schiavizzati e allora la Chiesa fa propria questa richiesta per potere diventare poi una cosa universale.

 

 

3 - non inerte, ma organico - Questo vuol dire che l’insegnamento sociale della Chiesa è qualcosa di organico. La caratteristica delineata in quella che forse è la più alta pagina di Paolo VI ed è il documento "Octogesima Adveniens" e vi leggo il passo, n.37: "Bisogna riconoscere che questa forma di critica della società esistente, stimola spesso (queste sono parole di Paolo VI) la immaginazione prospettiva, ad un tempo percepire nel presente le possibilità ignorate che vi si trovano iscritte e per orientare verso un futuro nuovo"

 

Quindi è un Magistero organico, cioè che si organizza, che si mette in una prospettiva di apprendere per poter poi avviare un discorso adatto per il futuro, per il presente e per il futuro: "Tramite la fiducia che dà alle forze inventive dello spirito e del cuore umano, essa sostiene la dinamica sociale, e se non si nega a nessuna apertura, può anche incontrarsi con il richiamo cristiano. Lo Spirito del Signore che anima l’uomo rinnovato nel Cristo, scompiglia senza posa gli orizzonti (non è statica, queste sono parole di Paolo VI profetiche), dove la sua intelligenza ama trovare la propria sicurezza e sposta i limiti dove inserirebbe volentieri la sua azione". Quindi è un Magistero di azione, non di assorbimento intellettuale e basta, è un Magistero che spinge all’azione, questo è un altro principio importante: il Magistero sociale della Chiesa è un Magistero che spinge il cristiano all’azione: "egli è abitato da una forza, lo sollecita a sorpassare ogni sistema e ogni ideologia"; il cristiano, a seguito del Magistero della Chiesa è spinto a superare ogni ideologia e ogni sistema; ma non per essere critico, ma per essere propositivo, per essere costruttivo.

 

Quindi, possiamo dire che la dimensione ascendente del Magistero non è che la risposta più o meno cosciente di tutto il popolo cristiano agli impulsi dello Spirito; il Magistero non fa altro che rispondere alle esigenze del popolo cristiano. Poi il Papa, i Vescovi, chi ha diritto a chiarificare a livello teologico pure questi aspetti, avendo il mandato di autenticità, non fa altro che rendere tutto questo capace di essere portato a tutti.

 

La Rerum Novarum se non veniva scritta rimaneva sempre, magari si sviluppava in altre situazioni, però la Chiesa non interveniva, mai nessuno avrebbe potuto dire: la Chiesa è intervenuta, pure se c’erano comunità di cristiani che si volevano ribellare a questa schiavitù; il documento ufficiale non ha fatto altro che al popolo cristiano di sentirsi appoggiato e quindi liberamente smuovere le montagne, perchè era uno smuovere le montagne il quel periodo la questione sociale, la questione operaia.

 

Vi premetto che attraverso questi documenti, si è trasmesso pure agli uomini, l’idea che non ci si poteva riscattare solo attraverso la violenza, come era avvenuto in Russia, ma che ci si poteva riscattare attraverso un’opera dinamica, di equilibrio, però con fermezza, sicuri delle proprie idee.

 

Quindi, possiamo dire che il Magistero sociale della Chiesa cammina con il popolo di Dio e assimila quello che il popolo di Dio desidera che venga trasmesso agli altri uomini.

 

Adesso chiariamo alcuni concetti chiave riguardo al nostro corso:

 

A) - Magistero / Insegnamento sociale -

 

Cosa vuol dire? Ripeto un po' quello che ho detto fino adesso: spetta in primo luogo ai maestri nella Chiesa, quindi alla Gerarchia (che può associarsi agli specialisti, quindi i teologi, noi). Il Magistero spetta di definirlo al Papa e ai Vescovi, in particolare ormai è un aspetto papale questo del Magistero sociale.

 

Il Concetto è questo: "il complesso di verità e norme di condotta insegnate dal Magistero della Chiesa, aventi per oggetto la natura dell’uomo e l’organizzazione della vita umana/sociale". Quindi parte dalla natura dell’uomo; quale è la natura dell’uomo? La natura dell’uomo è positiva, ci colleghiamo sempre ad un discorso antropologico, perchè Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza e possiamo parlare di natura umana positiva solo per questo. Quindi alcune pretese di Gesù Cristo nei nostri confronti, non sono pretese utopistiche, pretese assurde, sono pretese che Lui si poteva permettere di fare a noi perchè sapeva che noi siamo, nella nostra realtà ontologica, positivi. Poi su questa terra si è inserito il peccato, ma la natura nostra è quella positiva. Di conseguenza, tutto il nostro modo di ragionare, di condannare, di giudicare, se vogliamo essere veri cristiani, veri seguaci di Cristo, veri uomini realizzati, dobbiamo modificarci perchè l’atteggiamento di giudicare, di condannare, del mettere sempre dei contro agli argomenti, è un argomento di peccato. Cristo è venuto a portarci una proposta: quella di riscoprire la nostra natura umana, è venuto a redimere la nostra natura umana, a riportarci all’origine; questo però sempre calati nella nostra realtà, sempre calati nella capacità di avere un libero arbitrio, di potere scegliere, (nel giardino dell’Eden in un certo senso non potevamo scegliere, perchè c’era una realtà al di fuori del peccato); però Dio creandoci a sua immagine e somiglianza, ci ha dato pure la libertà, perchè Lui è libero; questa libertà noi l’abbiamo usata male, non però perchè dobbiamo ritornare di nuovo ad essere schiavi: ci ha dato la libertà, allora essere liberi vuol dire essere in peccato, stiamo attenti su questo, non è così è ben diverso, cioè essere liberi vuol dire saper scegliere il bene e realizzarsi nel bene; perchè se uno sceglie il male non è altro che mancanza di qualcosa, il peccato non è altro che mancanza di qualcosa, che cosa? E’ mancanza di quella immagine e somiglianza con Dio, quell’immagine e somiglianza si offusca, quindi vuol dire che il peccato è schiavitù, certi termini che voi sentite usare continuamente nelle chiese tipo: "il peccato è schiavitù" sono termini che vi devono far riflettere, perchè non è una schiavitù sociale, è una schiavitù proprio originale dell’essere umano se cade nel peccato, perchè la sua indole, il suo scopo è quello di incontrasi con Dio, avvenendo questa rottura, avviene la schiavitù, perchè non ti incontri con Dio.

 

Quindi ripeto, il concetto di Magistero e Insegnamento sociale è "il complesso di verità e norme di condotta insegnate dal Magistero della Chiesa, aventi per oggetto la natura dell’uomo e l’organizzazione della vita umana e sociale".

 

 

B) - Dottrina sociale della chiesa -

 

Possiamo dire che: "elaborata dal Papa e dai Vescovi, più specialisti (sia chierici che laici).

 

Il Concetto: "l’insieme delle precisazioni dottrinali e delle indicazioni pratiche indirizzate a coloro che accettano tale Magistero per aiutarli, e a sua volta aiutare, a trasformare le strutture della società"; (a questo proposito leggetevi l’ Octogesima Adveniens di Paolo VI, n.4).

 

 

C) - Programma sociale -

 

Il programma sociale è: elaborato e attuato da associazioni d’ispirazione cristiana laiche (vedete che già si entra nel campo del popolo di Dio?), non confessionali, autonome, direttamente responsabili".

 

 

Il Concetto: "applicazioni concrete dia del Magistero/Insegnamento sociale sia della Dottrina sociale della Chiesa (punti A e B) a una società determinata in un preciso momento storico. Un programma si caratterizza sempre per adattamenti, precisazioni, complementi…richiesti dal contesto globale, locale o regionale o nazionale o mondiale"

 

Quindi il programma sociale deve essere calato nella realtà di ogni comunità. La nostra comunità, per esempio, cosa sta vivendo? Uno scombussolamento a livello politico, ma ancora nessuna forza laica-cattolica si sta interessando a muoversi. Quì non possono pretendere che sia la Gerarchia ad intervenire, non può! Deve essere il laico che si impegna, attraverso l’insegnamento del Magistero, attraverso la Dottrina sociale della Chiesa, attraverso tutta la tradizione che abbiamo alle spalle, di riproporre un movimento, una forza che possa scombussolare queste mille strade che si aprono ai giorni d’oggi.

 

Adesso abbiamo visto: Magistero/Insegnamento sociale, Dottrina sociale della Chiesa e Programma sociale.

 

Vediamo di calarci un pochino nella Dottrina Sociale:

 

"L’insegnamento sociale, (quello del Magistero) come passaggio, ha quello di diventare Dottrina sociale. Infatti, i valori morali sociali sono criteri di giudizio in base ai quali noi valutiamo le situazioni concrete ove agisce la persona". Quindi i valore morali ci devono fare capire come dobbiamo comportarci nella realtà.

 

Non possono essere divisi i valori morali dal comportamento, quello che invece è avvenuto fino adesso e che avviene continuamente: i valori morali dell’onestà non può essere messa subito in dubbio, nel momento che tu concretamente devi comportarti onesto, perchè io posso dire di essere onesto, però poi nella prassi della vita non lo sono. Questo dualismo, questo rapporto di schizofrenia con sé stessi è gravissimo perchè non ci fa mai essere noi stessi.

 

 

"Si tratta d’una valutazione che si propone di reperire delle proposte per cambiare le strutture: sempre e unicamente dal punto di vista della dignità della persona".Quindi passaggio da Insegnamento sociale a Dottrina sociale implica la presa in considerazione della situazione storica, locale, in cui il Magistero v attuato. Per questo possiamo dire che la Dottrina sociale ha un carattere mutevole, appunto per questo, perchè la situazione storica e locale cambia, di conseguenza pure la Morale sociale deve cambiare.

 

Possiamo così precisare ancora di più il concetto di Dottrina Sociale: "l’insieme delle regole o proposte d’azione che operano la mediazione tra Insegnamento sociale e una data situazione storica; l’insieme di assiomi di mediazione che da una parte partecipano all’immutabilità dei valori morali (l’onestà come c’era prima c’è oggi, quindi immutabilità) e dall’altra della relativa mutabilità delle applicazioni alla realtà".

 

 

Una domanda a questo punto viene d’obbligo: Perchè il Magistero (perchè fino adesso abbiamo detto questo) può e deve impegnarsi solo nella fase della Dottrina Sociale e non, per esempio, nella fase del Programma Sociale?

 

Adesso diamo una risposta:

 

a) "Perchè è un dovere impegnarsi nell’opera di discernimento critico sul modo di vivere dell’uomo (discernimento critico, però, iniziale) questo vivere dell’uomo calato in una realtà storica, di posto, di luogo. Ed è attraverso tale giudizio (questo discernimento critico sul modo di vivere dell’uomo) che la verità sull’uomo entra nella storia della società e diventa normativa per la stessa, dal momento che le decisioni umane che producono la vita sociale, implicano sempre tale giudizio. Quindi, noi involontariamente abbiamo parlato della dignità dell’uomo, qui invece viene detto: "verità dell’uomo" perchè scoperta di quello

 

che veramente l’uomo è, come la verità morale, la verità dell’uomo. "Esse implicano quindi un riferimento a criteri di verità e di valori. Quindi la trasmissione della verità che costituisce il diritto/dovere del Magistero, esige che lo stesso Magistero s’impegni a garantire la presenza nel momento decisivo del passaggio verso l’agire umano che è il Programma Sociale" ; quindi si deve impegnare il Magistero che avvenga questo passaggio, il suo insegnamento sociale deve essere trasmesso affinché il laico possa ben preparare i programmi sociali.

 

"E non deve trattarsi solo di giudizi negativi, (per es: non accettare il capitalismo, respingere il marxismo, tutte queste varie cose) ma occorrono proposte positive". Adesso necessita veramente che noi ci impegniamo a fare proposte positive.

 

b) L’uomo non può limitarsi ad essere spettatore della situazione sociale, (non può limitarsi a dire: "io ho il mio stipendio e mi basta e mi avanza", perchè poi la realtà non è così, perchè la realtà dell’uomo è quella familiare, la normalità dovrebbe essere quella) egli è attore del mondo sociale, deve necessariamente, perchè quando diventa spettatore è malato, è come una persona che non fa il suo dovere, deve essere protagonista partecipe nella scena del mondo.

 

Quindi ne consegue che in ogni momento e in ogni progetto particolare di società è implicata tutta la verità sull’uomo in quanto essere sociale. Ne segue, anche, che l’Insegnamento sociale deve generare una Dottrina sociale per rispondere alla dimensione storica dell’uomo (quindi Insegnamento sociale deve scaturire nella Dottrina sociale che a sua volta deve essere elaborata e calata nei programmi sociali). Questo è molto semplice, dopo che abbiamo spiegato i tre concetti, non è difficile percepire questi tre passaggi.

 

c) Adesso vediamo i Programmi sociali che sono quelli che ci interessano più di tutti in un certo senso perchè noi ci riferiamo alla realtà sociale che viviamo:

 

1 - Sono di competenza specifica dei laici il cui compito (i laici - quindi voi in questo momento siete dei laici - dei laici impegnati nel mondo con famiglie, con necessità familiari, economiche con tutte quelle necessità, cioè, che un uomo deve vivere) è d’introdurre la verità cristiana nella realtà mondana (mondana intesa nella realtà del mondo sociale). A questo proposito la "Gaudium et Spes" è molto chiara.

 

2 - Nei loro programmi, il laico che io metterei ancora un termine "impegnato", che ci sono laici pure "disimpegnati"; il laico impegnato, nei loro programmi, si deve ispirare all’Insegnamento Sociale e alla Dottrina Sociale, ma non viene a sostituirsi a questi. Infatti pur appoggiandosi alla Dottrina Sociale e all’Insegnamento Sociale, i programmi sociali che il laico elabora, implicano un’analisi della società e dei progetti d’intervento, che molto spesso non sono necessariamente da ricercare nell’Insegnamento Sociale o nella Dottrina Sociale stessa, ma che sono, in un certo senso, vengono ad essere estrapolate, scaturite dall’Insegnamento Sociale, pure se magari non c’è proprio su quell’argomento.

 

Se il Papa parla, per esempio, di giustizia, un laico che fa un programma sociale non può dire: nella Dottrina Sociale della Chiesa non c’è il capitolo sulla giustizia sociale e quindi allora io non l’ammetto". Sa che l’insegnamento è sempre indirizzato su questo principio di giustizia; cioè i programmi che voi, che si devono fare, non devono essere per forza una copiatura dell’Insegnamento Sociale e della Dottrina Sociale, ma devono essere pure elaborati, devono essere sempre portati ad una nuova scoperta, ad un modo nuovo di interpretare la realtà.

 

Quindi possiamo dire che, l’Insegnamento Sociale e la Dottrina Sociale possono e devono offrire il filo conduttore e il filo conduttore è uno: la dignità della persona, perchè attraverso la dignità della persona si arriva a Cristo. Quando il laico percepisce che il suo programma va contro la dignità della persona, non è un programma sociale di un laico cattolico.

 

3 - Dove l’attività del laico trova la sua radice? Prima di tutto direi che non si deve mai separare, il laico che opera dentro la Chiesa e il laico che opera nel mondo; perchè chi è inserito nella Chiesa deve necessariamente pure operare nel mondo. Quindi non comportarsi bene dentro le quattro mura della chiesa, ma comportarsi bene nel mondo.

 

Quindi l’attività del laico trova la sua radice vera nella partecipazione all’Eucarestia; e quì andiamo alla radice vera, che non si deve limitare solo all’atto liturgico, deve necessariamente proseguire anche nella dimensione sociale, immaginate che nel passato, quando c’era: "la Messa è finita, andate in pace", questa formula non era altro che una formula che usavano al Senato a Roma, perchè cosa voleva dire? Dopo la riunione che facevano i Senatori, c’era il decano che si alzava e diceva: la riunione è finita, inizia la missione.Andate!"; quindi: "La Messa è finita, la missione inizia per voi, andate!" perchè attraverso l’Eucarestia, per noi non finisce lì in quell’atto liturgico, ma necessariamente inizia la missione mia, di celebrante, adesso la missione inizia per voi.

 

Quindi quando un laico esercita la sua attività sociale sulla base di programmi ispirati all’Insegnamento Sociale e alla Dottrina Sociale, egli esercita un compito che è veramente di Chiesa, non perchè è subordinato a nessun altro, è un compito principale e importante che è di Chiesa, quindi inserito pienamente nella Chiesa.

 

Perchè dico questo? Perchè la Chiesa è questa comunicazione di verità e di vita al "vecchio uomo e al vecchio mondo" per farne un "uomo nuovo, terra nuova, cieli nuovi".

 

4 - I programmi elaborati dai laici non diventano norma vincolante, però, per la comunità ecclesiale. Sono sotto la responsabilità di coloro che li elaborano, quindi l’impegno di mantenerli, non si può fare un bellissimo programma e poi lavarsene le mani. Non hanno la garanzia della verità, salvo quella generale, proveniente dalla fede attiva dei laici e quella derivante dalla competenza professionale, dalla capacità tecnica, dall’onestà morale.

 

Questo deve essere il programma. Queste ultime parole che ho detto io danno uno spazio alla creatività e all’onestà della persona che fa i programmi sociali.

breve sviluppo storico

del magistero sociale papale

 

LEONE XIII (1878-1903)

 

Rerum Novarum del 1891. E’ una enciclica sulla questione operaia. Il Papa fa un sintetico quadro storico della realtà di quel momento. Accentra in quattro cause la questione scoppiata riguardo agli operai. La lotta era tra capitalisti e proletari. Il Papa dice che ricorrere al socialismo è un rimedio errato e pernicioso.

 

Le tre soluzioni vere sono: a) l’intervento della Chiesa; b) l’intervento dello Stato; c) la responsabilizzazione delle due parti interessate: sindacati.

 

 

PIO XI (1922-1939)

 

Varie encicliche: Ubi arcano del 1922. Tratta della necessità di creare in questo mondo travagliato la pace di Cristo. Le cause del malessere sociale sono dovute al modernismo sociale.

 

Casti connubi del 1930, sul matrimonio cristiano. Il Papa dice che la famiglia è più sacra dello Stato ed è ad esso anteriore. Parla pure di un salario familiare.

 

Quadragesimo anno del 1931. E’ stata scritta in occasione del quarantesimo anno della Rerum Novarum e spinge alla restaurazione dell’ordine sociale in conformità con le norme della legge evangelica:

 

a) il Papa fa un bilancio di quarant’anni di applicazione delle direttive date da Leone XIII;

 

b) parla dello sviluppo del Magistero sociale della Chiesa, ribadendo il diritto-dovere della Chiesa di dare direttive in campo economico-sociale; affronta anche lo sviluppo dottrinale e la necessità del salario familiare;

 

c) le trasformazioni avvenute dopo Leone XIII: la crisi economica, il socialismo storico che si spacca in due tendenze: comunismo e socialdemocrazia.

Riguardo ai possibili rapporti con il cristianesimo delle due tendenze, il Papa dice "vana speranza". I rimedi necessari per il Papa sono: la cristallizzazione della vita economica e la legge della carità.

 

Non abbiamo bisogno del 1931. Scritta per l’Aci, ma ha come bersaglio il regime fascista: contro la statolatria. Il diritto è quello di fare il proprio dovere, ribadisce in maniere inequivocabili la libertà delle coscienze, il diritto della famiglia e della chiesa dei giovani.

 

Mit brennender Soger, del 1937. Sulle condizioni tragiche del governo germanico; tremenda accusa contro il regime nazista per il suo razzismo, antisemitico, anticristianesimo, totalitarismo antiumano, il valore della persona viene messo in risalto.

 

 

PIO XII (1939-1958)

 

L’enciclica più importante è Sertum letitiae, scritta ai Vescovi d’ U.S.A. sullo studio della Dottrina sociale. Importante a questo riguardo è la riesumazione del celeberrimo principio riguardante la destinazione universale dei beni; tale principio sarà al centro del capitolo economico sociale della Gaudium et Spes.

 

Tra gli innumerevoli discorsi di carattere sociale del Papa segnaliamo il radiomessaggio per il cinquantesimo della Rerum Novarum. I punti toccati dal Papa sono:

 

 

 

- l’uso dei beni economici;

- il diritto al lavoro;

- la famiglia vista come spazio vitale della società.

 

 

GIOVANNI XXIII (1958-1963)

 

Mater et Magistra del 1961. Il corpo di questa enciclica è così caratterizzato: introduzione storica e insegnamento sintetizzato dei tre Papi precedenti (Leone XIII, Pio XI, Pio XII); strutturata da due pentagoni:

 

1° pentagono: la persona nei cinque contesti quotidiani:

 

a) persona e iniziativa privata. Intervento dei poteri pubblici in campo economico;

b) persona e socializzazione;

c) persona e rimunerazione nel lavoro;

d) persona e ambiente di lavoro;

e) persona e proprietà privata.

 

2° pentagono: cinque squilibri della società:

 

a) squilibrio fra i tre settori della produzione (agricolo - industriale - servizi);

b) squilibrio fra zone favorite e sfavorite entro ogni nazione;

c) squilibrio tra paesi progrediti economicamente e paesi in via di sviluppo;

d) squilibrio tra esplosioni demografiche e limitate possibilità economiche - sociali;

e) squilibrio tra progresso tecnico e progresso morale.

 

Pacem in terris del 1963. Scritta sulla pace secondo il retto ordine e i principi cristiani. Possiamo dividerla in quattro movimenti e una conclusione; quattro sono le parole che si incontrano spessissimo: verità, giustizia, solidarietà, libertà. La pace è presentata anche come frutto di un autentico ordine.

 

I quattro movimenti sono:

 

 

a) ordine tra diritti e doveri dell’uomo;

b) ordine tra cittadini e Stato all’interno di ogni nazione;

c) ordine tra le nazioni;

d) un nuovo ordine mondiale con governo sovranazionale.

 

Conclusione: dialogo tra cattolici e non cattolici per costruire la pace.

 

 

CONCILIO VATICANO II (1962-1965)

 

La costituzione pastorale GS è divisa in due parti:

 

1^ parte:

 

a) che dice la Chiesa sull’uomo?

b) che dice sulla comunità umana?

c) qual’è il significato dell’attività dell’uomo sulla terra?

d) quali sono i rapporti tra Chiesa e mondo contemporaneo?

 

2^ parte:

a) il matrimonio e la famiglia;

b) promozione della cultura;

c) vita economico-sociale

d) vita democratica o politica;

e) solidarietà internazionale: guerra e pace.

 

PAOLO VI (1963-1978)

 

Populorum progressio. Sullo sviluppo dei popoli. E’ suddivisa in due parti:

a) lo sviluppo integrale dell’uomo e vuole mostrare che è una illusione voler parlare dello sviluppo dei poli se prima non si fa il necessario sforzo per promuovere adeguatamente ogni persona, ogni cittadino.

 

INDICAZIONI DOTTRINALI IMPORTANTI: viene sviluppato il concetto di processo cumulativo, la gerarchia fra i tre princìpi che reggono l’uso e la proprietà dei beni. Si parla anche del superfluo.

 

b) (intitolata) Lo sviluppo solidale dei popoli. Si suddivide in tre sezioni:

- tratta dei doveri di solidarietà (al n.51 si accenna alle trattenute sulle spese militari al fondo mondiale per l’alimentazione);

- tratta dei doveri di giustizia (in particolare tratta della necessità di cambiare i trattati di commercio tra le nazioni per eliminare le discriminazioni che ledono la giustizia naturale).

 

Octogesima adveniens del 15 maggio 1971. E’ una lettera apostolica, ma ha il valore di una enciclica. Possiamo suddividerla in tre parti:

 

A) in questa prima parte vengono indicati i nuovi problemi sociali: l’urbanesimo, i cristiani nella diaspora mondiale, i giovani, il posto della donna, i lavoratori, le discriminazioni, gli emigrati, l’incremento demografico e la necessità di creare occupazione, il potere dei mezzi di comunicazione sociale, i problemi ecologici;

 

B) la seconda parte mette in rilievo la duplice aspirazione degli uomini: l’uguaglianza e la partecipazione; e si chiedono nuovi modelli di vita democratica.

 

Quindi il cristiano deve saper discernere:

1) di fronte alle ideologie;

2) di fronte alle utopie;

3) di fronte alle scienze dell’uomo;

4) di fronte al progresso.

 

C) la terza parte tratta della politica in chiave cristiana e motiva l’azione del cristiano.

 

GIOVANNI PAOLO II (1978- )

 

Laborem excercens del 14 settembre 1981 nel 90° anniversario della Rerum Novarum. E’ una enciclica sul lavoro umano.

 

Sollecitudo rei socialis del 30 dicembre 1987. Parla delle cosiddette strutture di peccato che coinvolgono la società. Tali strutture di peccato derivano dal cosiddetto peccato personale di ogni uomo. Il Papa invita a scoprire queste strutture nella propria società per poterle superare.

 

CAPITOLO I

 

GESU’ DI NAZARETH E L’INCONTRO CON LUI

 

La novità neotestamentaria è come - possiamo dire - un "nuovo inizio" rispetto al passato (il passato in questo caso è la Tradizione veterotestamentaria). Ma diciamo che come un "nuovo inizio" che avviene sempre all’interno di una Tradizione che è quella di Dio che si rivela agli uomini.

 

Dopo l’ascensione che troviamo in At 1 (consiglio di leggerlo), i discepoli sono rimasti esattamente in undici, e si ritrovano nella sola istituzione dell’Eucaristia. E’ qui che nasce - in un certo senso nei discepoli - la consapevolezza di ciò che li fa diventare discepoli. Cosa è la consapevolezza che li fa diventare discepoli?

 

La consapevolezza è semplicissima: prendono coscienza dell’incontro che hanno fatto con Gesù Cristo; possiamo ancora meglio dire: la personale esperienza che ognuno di loro ha fatto con Gesù Cristo.

 

Quindi, il loro pregare insieme è l’inizio di quella comprensione che li fa diventare "società di uomini radunati sotto il nome di Gesù Cristo"; questa consapevolezza dell’incontro personale, poi li fa vivere in comunità; questa consapevolezza di avere incontrato Gesù Cristo nella loro vita, poi necessariamente dovranno riversarlo nella società; non potrà rimanere un discorso privato. personale (i discepoli dopo l’ascensione comprendono che questa loro esperienza personale non può essere vissuta come esperienza personale). Da questo ricordo di Gesù "condiviso" nasce il Nuovo Testamento; cioè la nuova esperienza personale genera la capacità di essere e divenire "Tradizione", nel nostro caso "Tradizione della Chiesa".

 

Tutto questo perché Dio nell’uomo interviene non più - come poteva essere prima - dall’esterno, ma dall’interno attraverso l’Incarnazione di Gesù Cristo che ha permesso all’uomo di avvicinarsi a Lui e di scoprirlo nel suo interno (perché Lui è diventato uomo come noi); cioè, meglio ancora, Dio redime la storia umana dall’interno.

 

Ma, per divenire suoi discepoli, per avere familiarità con Lui si deve presupporre una dinamica che è necessariamente di ascolto e di accoglienza (tutto questo lo sto dicendo perché dobbiamo preparare le basi per comprendere la morale sociale, perché non possiamo calarci subito in una realtà sociale senza prima partire dal personale, da noi stessi, perché la società è formata da tanti membri, da tante persone).

 

Possiamo dire che dall’accoglienza all’ascolto che emerge poi in seguito l’appello alla responsabilità sociale; solamente se noi sappiamo ascoltare dentro di noi la voce di Cristo che ci interroga, solo allora possiamo noi comprendere cosa vuol dire responsabilità sociale per un cristiano in questo mondo secolarizzato, perché allora è solamente superficialità in desideri che poi non si concretizzano; e ci rendiamo conto che, lì dove l’annuncio del Regno non è accolto, ogni progresso vero, profondo, sincero è impensabile.

 

Da qui tutto il discorso, per esempio, che noi diciamo dell’essere poveri, cioè condizione indispensabile per accogliere il Regno. Cosa voglio dire in questo discorso dell’essere poveri? Il discorso sulla conversione, e sulla relazione tra professione di fede e prassi morale.

 

Fare la propria professione di fede necessita per forza, che in seguito ci sia la prassi (che questa professione di fede venga calata nella prassi morale cioè una coerenza tra questi due aspetti).

 

I Vangeli sottolineano fortemente questo aspetto sociale dell’annuncio; perché questo? Perché l’annuncio, prima di tutto, è aggregante (cosa voglio dire per aggregante? Che da un numero di dodici che si ritrovavano diventano una nazione). Oltre questo bisogna dire che l’annuncio è anche comunione, in quanto ha la possibilità di scoprirsi veramente per quelli che siamo: figli di Dio.

 

Per esempio, Matteo sottolinea la decisività della presenza di Cristo nell’attività umana, per essere realizzante o meno.

 

 

 

Luca, invece, parla dell’ incontro con Cristo e dice che, appunto attraverso l’incontro con Cristo che ci si riconosce fratelli.

 

Giovanni parla della novità di Cristo, della decisività dello sguardo rivolto a Gesù (è molto categorico Gv, dice o con Lui o contro di Lui, la vita e la morte, la luce e le tenebre), tutto questo ci deve un po' invitare a non essere eccessivamente mediocri nella nostra vita sociale, cioè di accettare tutto passivamente con falso atteggiamento di cristianesimo che non è per niente questo.

 

 

la figura di cristo

 

La novità di Cristo, possiamo dire che era una novità già attesa, perché tutte le Scritture guidavano a questa novità.

 

Nel suo incarnare la figura del Messia, tuttavia Gesù compie le attese, ma fa tutto questo in maniera "inattesa", perché? E’ più secondo Dio che secondo gli uomini che compie le "novità".

 

Tutto questo comporta una novità di autocomprensione anche da parte di tutti noi credenti.

 

Possiamo iniziare a studiare un pochino, questo aspetto di tale novità nelle "tentazioni di Cristo" (consiglio di leggere questo testo nella Sinassi).

 

Gesù nelle tentazioni sceglie il modo di essere Messia; Gesù si scontra, tramite le tentazioni nel deserto, con le false attese umane.

 

In particolare, trasformare le pietre in pane, non è una tentazione contro il digiuno (d’altronde se ci

fate caso il periodo di 40 giorni di digiuno era già passato, quindi non era contro il digiuno); la tentazione sta piuttosto in un altro aspetto. Dio ha assunto in Gesù Cristo la debolezza dell’umanità in toto, totalmente; il diavolo gli propone di servirsi del suo potere divino; Gesù rifiuta, egli vuole essere il Figlio dell’uomo, in tutto simile agli uomini. E se fino a prova contraria, nessun uomo può trasformare le pietre in pane, nemmeno Gesù lo farà. Questo è il motivo della tentazione.

 

Analoga la seconda tentazione: compi un gesto miracoloso, gratuito, inutile; serviti cioè della tua potenza e certamente tutti ti crederanno. qual era questa tentazione? Di buttarsi dal Tempio (era un gesto inutile, perché si doveva buttare dal Tempio?). La tentazione quella di incarnare un Messia che si impone, questa è la grande tentazione. Gesù rifiuta. Quindi il suo essere Messia sarà pienamente umano anche nella ricerca dell’efficacia del Vangelo e nell’affidamento a Dio - sta proprio qui quello che a noi interessa - nella ricerca di sapersi affidare al Vangelo e alla Parola di Dio; quindi lui ci dà la strada per poter vivere nel sociale.

 

Lo stesso la terza tentazione. Diventa tu il re della terra, impone le tue leggi, certamente tutti ti ascolteranno. Quindi, imponi attraverso la logica della potenza e dell’imposizione. Però, noi sappiamo bene che questa logica è entrata sulla terra attraverso il peccato. Quindi assumere la logica del potere, assumere il modello della convivenza basata sul dominio del più forte è servire e adorare il demonio.

 

Quindi, possiamo dire che c’è un’unica tentazione in tutto questo, quella di non vivere da Messia come fratello, ma come potente che viene con forza e sconfigge i suoi nemici. Questa è l’unica tentazione.

 

Gesù il Cristo decide liberamente di essere come tutti gli altri uomini, mettere tra parentesi il suo potere divino, non forzare la libera responsabilità delle coscienze, proporsi come dono, mirare alla comunione. Non a caso, vi invito a pensare, che sulla croce il buon ladrone si converte vedendo Cristo morente e non glorioso e potente.

 

Il discorso delle tentazioni è molto profondo per la nostra materia, in quanto tocca la radice del peccato.

 

 

 

Quale è questa radice del peccato? Mettere se stessi al centro del proprio progetto, cercare il proprio privilegio, porre se stessi come destinatario primo del bene che si riceve, far pagare agli altri tutto.

 

Al contrario, Gesù cosa chiede? Gesù chiede che l’uomo sia illuminato del senso del vivere sulla terra, che riesca a fare frattura con le strutture peccaminose dei rapporti umani e che riesca ad assumere in se la logica della comunione e della fraternità.

 

Facendo questo, si produce nella storia concreta dell’uomo - quindi nella nostra società - una novità, una autentica novità; si produce una moralità trasparente che non accetta mai compromessi e che non si compromette mai con i poteri di questo mondo.

 

Questo processo non è meccanico, esige necessariamente, da parte nostra, una relazione viva con Gesù Cristo (perché noi non ci riusciamo a fare questo processo); oltre questa relazione viva, una comprensione altrettanto vitale del suo insegnamento (noi siamo qui pure per questo, per far sì che questo insegnamento evangelico diventi vitale per noi e può venire solamente attraverso un esercizio di spiritualità interiore, relazione vitale con Gesù Cristo, ma pure attraverso le opere che noi scopriamo buone, realizzanti, positive attraverso la conoscenza con Cristo).

 

Una semplificazione di questo ricordo interpretante, ci è offerto da Gal 5,19-22 ss; noi possiamo dare a questo passo di Gal il titolo di "Incontro con la cultura ellenistica". Si tratta di un catalogo di vizi e di virtù (a tale proposito cfr Fil 4,8), analogo alle cosiddette "Tabelle domestiche".

 

E’ bene dire subito, che come formulazione e come contenuto, tali cataloghi non sono originali del NT ; infatti noi li troviamo in abbondanza nella cultura ellenistica del tempo e nei circoli stoici, nelle comunità giudaiche precristiane e a Qumran.

 

Anche il NT, quindi, procede in questo caso da una precedente comprensione etica dei valori umani, che esso assume e interpreta.

 

Gal 5, 13: "Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri"

Il brano inizia nel v.13 e si connette direttamente con la parte precedente e soprattutto con il tema della libertà dalla pretesa della legge. Così nel v.1: la libertà guadagnataci da Cristo è subito messa in contrasto con la schiavitù della legge. Lo stesso lo vediamo nel v.13: la libertà è la condizione salvifica che ci è stata donata e costituisce il fine di ogni uomo. Ma ecco subito un chiarimento: non credano gli "spirituali" che ciò li autorizza a rivendicare autonomie e libertà da ogni legge, in quanto la libertà non può diventare un pretesto per vivere secondo la carne, ovvero in maniera del tutto arbitraria e personale. La libertà che Cristo dona interiormente all’uomo deve essere capacità di "donarsi"; è questa la libertà che Cristo dà ad ogni uomo, capacità di donarsi e possiamo anche dire che è "libertà di servire"; quindi, questo farsi schiavi dell’amore, frutto di una libertà interiore, Paolo lo contrappone alla schiavitù della legge.

 

v.14: "Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso"

Qui un nuovo concetto: la fede diviene operante nel comandamento dell’amore del prossimo.

 

v.15: "Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!

Questo versetto ha un tono molto più duro: il legalismo casistico ha effetti negativi ben visibili nel sociale, in quanto rende impossibile la comunione, incentrando invece i rapporti su sé stessi e sul proprio egoismo.

 

v.16: "Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne;"

 

"Camminare" riprende un’immagine per indicare lo scorrere della vita. L’ostacolo maggiore è rappresentato dal peccato, dalla limitatezza umana (carne); il non crederci capaci di una vita più alta, più spirituale.

 

v.17: "la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste".

Con questo versetto comprendiamo che il cristiano è fatto capace di riconoscere ciò che viene e che dà la vita e poi saperlo scegliere, riconoscere e scegliere.

 

v.18: "Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge".

Quindi lo Spirito che ci viene donato, attraverso Gesù Cristo, diviene per noi norma di comportamento e quindi un modo veramente concreto di vivere nella realtà sociale.

 

 

lo specifico dell’esperienza etica

 

E’ bene dire che l’ambito etico non si identifica con altri ambiti. Detta così, la cosa sembrerebbe molto ovvia, ma in realtà non lo è per niente. Quante volte, per esempio, identifichiamo l’ambito morale con quello cristiano.

 

I termini, invece, sono due: il male è anche peccato, ma comprendiamo bene che i concetti sono ben diversi, pena la impossibilità di comunicare con un non cristiano (se noi non sappiamo fare queste distinzioni).

 

Insomma, possiamo dire che i campi vanno distinti: esperienza etica ed esperienza di fede, anche se molto spesso questi due ambiti sono vissuti insieme.

 

Allora, tornando alla domanda iniziale: qual’é, in questo caso, lo specifico dell’esperienza etica?

 

La nostra comprensione di noi stessi muove sempre da una autocomprensione (noi ci conosciamo perché ci riflettiamo, non perché c’è qualche altro che ci viene a dire chi siamo); quella stessa autocomprensione che sorge nel momento stesso che noi ci mettiamo in rapporto con l’altro. L’uomo è sempre, per sua natura, rivolto all’altro, non è mai solo. Questo "altro" può essere un altro come "persona" oppure un altro come "valore". Quindi riconoscere dei valori nella propria vita, è sempre riconoscere qualcosa che vale "per me".

 

Tutto questo assume una rilevanza particolare quando il termine di relazione è l’altro riconosciuto come soggetto, come persona; infatti, l’altro è portatore di un valore che richiede di essere riconosciuto da me, che in qualche modo mi si pone davanti con delle esigenze chiarissime; quindi il compito per ogni persona è quello di scoprire l’altro; il compito di ogni persona che non sia offuscata dal peccato.

 

L’altro non è per niente una cosa, non può essere racchiuso in un mio privato e personale progetto. A lui devo riconoscere un nome ed un senso, ma - stiamo attenti - non posso dare un nome ed un senso come invece faccio con le cose. Quindi, accogliere l’altro come un "TU" vuol dire riconoscere tutto questo (un rischio di giudicare l’altro cui si va incontro se si comprende questo conoscere l’altro come conoscenza superficiale; perché nella conoscenza superficiale, è chiaro e logico che vengano in risalto difetti o altro. Ma non dico conoscenza superficiale con persone che si incontrano per caso, pure tra fratelli ci può essere conoscenza superficiale per tutta la vita; ma è riuscire a comprendere pure l’altro, come in questo caso un fratello che non ci limitiamo solamente a conoscerlo per quelle difficoltà che può avere come carattere, come persona difficile, ma guardiamo oltre questa apparenza, cioè vediamo in quell’altro una creatura di Dio, un valore assoluto che deve andare oltre questa apparenza; ho voluto fare l’esempio del fratello perchè ci viene più difficile non affrontare il problema, perchè, fin quando parliamo di un estraneo, allora ci limitiamo all’estraneo, ma un fratello noi lo vediamo concretamente che molto spesso magari può avere un carattere non bello, ma non per quello, se io sono cristiano, rompo i rapporti, ma cerco di andare oltre. E’ qui il senso, lo

 

 

 

scoprire nell’altro che c’è un qualche cosa di oltre; nel fratello è l’aspetto di sangue che ci fa andare oltre, nella persona deve essere l’affetto di nascita, perché siamo tutti dello stesso ceppo, siamo tutti creati dallo stesso Dio, che ci deve fare andare oltre).

 

In tal modo si realizza quella che oggi comunemente i teologi moralisti chiamano "autorealizzazione del soggetto morale", che è appunto il comprendersi del soggetto stesso sulle possibili relazioni con il mondo; infatti, il vivere consapevolmente, il vivere realizzandosi, lo possiamo fare solamente attraverso le relazioni, non possiamo realizzarci se non abbiamo delle relazioni.

 

In questo contesto di relazioni possibili, l’incontro con il "tu umano", come dicevo, rappresenta il momento cardine, infatti, è di fronte alla presenza dell’altro che il soggetto sperimenta di dover dare un senso al suo cammino, di doversi porre necessariamente in relazione con l’altro, riconoscerlo ed accoglierlo senza trasformarlo in uno strumento, accettare - seguitemi in questo pensiero - che limiti in qualche modo la mia progettazione personale (e questa limitazione voi la potete trovare moltissimo nel vostro rapporto di coppia; quante volte avete pensato che la moglie, in questo caso, vi limitava; ma qui era solamente un aspetto egoistico del vostro essere, perchè attraverso questa limitazione che voi crescevate, attraverso questa limitazione che voi vi conoscevate ancora di più dentro; se non accettavate ed eravate duri a questa limitazione, state sicuri che non siete cresciuti per niente; ma nel momento stesso che siete qui dopo tanti anni di matrimonio, state sicuri che si è vissuto quel senso di limitatezza e se si è ancora insieme, vuol dire che si è fatto il passaggio - perchè allora si è schizofrenici, da pazzi stare tanti anni con una persona che vi ha limitato tutta la vita e basta).

 

Se non si comprende la propria libertà personale, come responsabilità e servizio, non si dà alcuna possibilità di relazione autenticamente umana. Non solo la libertà, ma, la libertà responsabile, ecco cosa sta alla base del vero incontro con l’altro.

 

Al contrario, una libertà non responsabile è arbìtrio, così come la responsabilità non libera è coartazione. E’ in forza di questa relazione con l’altro, dunque,che l’uomo nasce alla vita sociale,essendo - la vita sociale - il luogo in cui libertà e responsabilità si qualificano moralmente e personalmente. Possiamo dire che la vita sociale è il luogo in cui si scopre il senso della gratuità come appartenente alla vera realizzazione di sé.

 

L’aver conosciuto l’umano in Cristo (e noi l’abbiamo conosciuto avendo riflettuto sulle tentazioni), evidentemente illumina non poco tutto questo discorso che ho fatto. Egli è il segno del farsi prossimo, del consegnarsi, del non assumere sé stessi e i propri scopi come unico criterio di realizzazione; voglio dire che Dio è il primo che si fa prossimo, è il primo che si dona e questo (spero che lo è per me e credo che lo sia pure per voi) non è di poco aiuto per comprendere la positività del rifiuto della logica, della difesa, della morte e della concorrenza; mi è di forte aiuto pensare che un Dio ha voluto farmi vedere la strada, percorrendola prima lui (non è stato un uomo, grande per quanto sia, che mi ha fatto vedere la strada, è stato Dio calandosi nella mia umanità).

 

Quindi, Cristo con questo suo essere autenticamente umano, mi rivela che il mio proprio essere cristiano si deve mostrare, realizzare nel mio tessuto sociale; il mondano (le cose del mondo) a questo punto - dopo tutto questo discorso - smettono di essere "cose profane" (su questa terra non ci sono cose che non sono sacre), quindi smette di essere profano quella che è ogni mia realizzazione in questo mondo, viene in qualche modo iscritta nella relazione fondamentale con Dio e diviene mediazione e insieme espressione della salvezza di Dio che opera, che si impegna affinchè tutti gli uomini possano seguirlo sulla via della salvezza.

 

 

vita cristiana nel convivere sociale

 

Partiamo dal IV Comandamento (Es 20,12): "Onora tuo padre e tua madre, perchè si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio"

 

Il IV Comandamento è, ancora prima di calarci nella sua nota specifica, un richiamo alla socialità; l’uomo non può vivere solo, ma necessariamente deve entrare in relazione con gli altri, ovvero socializzare.

 

Cosa comporta rispetto a questo fatto il dato di fede? Come il dato di fede ci aiuta a comprendere questa realtà? Noi cercheremo di dare risposte a queste domande attraverso queste nostre prossime lezioni.

 

Iniziamo subito con un sottocapitolo che possiamo chiamare:

 

La terra e l’uomo -

 

La sfera sociale è forse l’ambito in cui maggiormente avvertiamo il peso e la forza disgregante del peccato (penso che questo tutti noi lo possiamo testimoniare).

 

La sfera secondo cui la nostra società è strutturata, molto spesso è quella della sopraffazione e della ricerca della propria superiorità, anche quando questo dovesse costarci umiliazioni e sofferenze date agli altri.

 

Ne, d’altro canto, si vede come possa mettersi un freno a questo problema; infatti noi stessi - e questo penso sia una cosa che tutti proviamo - abbiamo spesso la sensazione di trovarci coinvolti in una realtà molto più grande della nostra, cioè che non possiamo farci nulla; ci sono delle forze superiori alle nostre e quindi prendiamo atto che è vero che questa società come è negativa, però siamo spiazzati, ci sentiamo questa cappa che ci impedisce un po’ di respirare veramente da uomini liberi; quindi una realtà di male, che in un certo senso, ci precede e ci segue senza che noi possiamo far nulla.

 

Questo non è un problema che solo noi stiamo vivendo in questo periodo storico. Anche Israele si è confrontato con questo problema, e lo ha fatto in un periodo in cui, tutto sommato, le cose andavano non così tanto male: era il periodo del regno di Salomone; e questo era il periodo del massimo splendore e l’israelita riteneva che tutte le promesse di Dio si fossero realizzate. Eppure - se voi ci fate caso leggendo la Bibbia - nonostante questa cornice così felice, il male esisteva.

 

Allora, ci si chiedeva: da dove proviene il male? Da dove proviene questa forza così disgregante che riesce a fare odiare l’uomo, a uccidersi senza per niente sentire sensi di pietà?

 

Questo, possiamo dire, è l’interrogativo da cui si muove Gn 3 (invito a leggere Gn 3).

 

La domanda che Gn 3 si pone è questa: da dove proviene il male?

 

Evidentemente, la fede del popolo d’Israele impediva di accettare le soluzioni proposte dai sistemi religiosi dei popoli vicini, i quali credevano che il male fosse opera di una divinità malvagia, né - gli israeliti - potevano credere all’idea che il male fosse una realtà inscritta inevitabilmente nella natura dell’uomo; non potevano credere questo, perché c’era il pericolo di attribuire la responsabilità a chi di tale natura umana è il creatore, quindi a Dio; non potevano attribuire a Dio la creazione del male.

 

Ecco allora che, l’israelita, cerca di elaborare una soluzione a questo grave problema; una soluzione - che potremmo chiamare - in linea con il parlare di Dio; perché è attraverso la Rivelazione di Dio che l’israelita ha fatta sua questa linea: il male è frutto della responsabilità degli uomini, e possiamo dire, l’ostilità della terra è conseguenza della rivolta dell’uomo contro Dio; quella stessa rivolta che ha fatto e continua a fare della storia umana una storia di peccato. Il male, infatti, come il bene, non è una realtà individuale, personale, ma oltre ad essere anche una realtà individuale, personale, ha anche degli effetti sociali.

 

E qui lo possiamo vedere nel racconto di 2 Sam 11-.12, la moglie di Uria l’Hittita è la semplificazione di tale concetto.

 

 

Vediamo meglio questo passo: il peccato del re si situa in un contesto di infedeltà.

 

Egli approfitta del suo potere per non andare in guerra e per mandare gli altri. In quanto re chiama la moglie di Uria e, ancora, in quanto re vuole uscirne con la faccia pulita.

 

Purtroppo per il re Davide, Uria è un uomo giusto; però Davide. essendo re, non può compromettersi pubblicamente ed escogita un piano di "morte naturale", cercando e trovando l’appoggio del capo dell’esercito. Quindi, possiamo dire questo: che il peccato personale di Davide ha due tipi di effetto:

 

- effetti oggettivi - che sono: la morte di Uria e la maternità di Betsabea;

- effetti sociali - coloro che collaborano con il re, non solo sanno di fare del male, ma quasi invidiano la possibilità che Davide ha, in quanto re, di fare quello che vuole.

 

Il capo dell’esercito, ad esempio, facendo ciò che Davide gli chiede, sa di rendere particolarmente salda la sua posizione davanti al re, di legarsi a lui indissolubilmente. Ed è da questa associazione nel peccato che derivano le conseguenze visibili del male.

 

Al fondo di tutto cosa ci sta? Al fondo di tutto ci sta la logica dell’utile proprio, che crea intorno al re un vero e proprio entourage di persone che ricercano il bene del re - che poi è un male - e nell’altro canto cercano di accrescere il loro potere.

 

Se si considera, poi, che queste persone, occupano posti di grande responsabilità, le conseguenze sociali di quello che sembrava essere un semplice peccato personale del re, appariranno a questo punto sotto la giusta luce, sotto la luce che rende veramente capibile come il peccato diventa a livello sociale grandissimo.

 

Lo stesso si potrebbe dire per Gn 2 - 3; anche lì Adamo per difendersi accusa la donna, per tale motivo l’armonia dei rapporti interpersonali è frantumata; per i frutti della terra gli uomini diventano nemici e si uccidono.

 

Che cosa si può fare di fronte ad una situazione di peccato condiviso? Come convertirla? Cosa deve fare Davide ora che il suo cuore malvagio ha fatto si che si verificasse tutto questo?

 

Certo vi sono effetti che nemmeno la conversione può cancellare; Uria è morto, quindi non c’è niente da fare, né a questo punto dipende da Davide la conversione del capo dell’esercito; ciò che egli - Davide - deve fare è avviare una storia personale di conversione; cioè come quella di peccato - la storia di peccato - diventi rapporto e visibilità storica, la cui efficacia sarà ancora affidata alle coscienze di chi vede e conosce.

 

Non a caso, la realtà della sua conversione, sarà vista e apprezzata e gli uomini lo chiameranno il re santo.

 

Tutto questo vale anche per noi, che riceviamo la terra come oggetto di contesa e di lotta, chiamati a porre rapporti di rispetto e di collaborazione.

 

Tutto questo non sarà senza effetti per gli altri, nella misura in cui noi contribuiremo a rinsaldare nella storia sociale il bene, questo contribuirà a rinsaldare tutti i rapporti interpersonali.

 

Quindi, visto dal lato della novità di Cristo, tutto ciò assume una rilevanza particolare: a partire dalla sua morte e resurrezione è stata immessa nella storia dell’umanità una forza di bene la cui garanzia ed efficacia è data da Dio stesso (capiamo questi passaggi: è Dio stesso che ci garantisce nel momento stesso che è avvenuta l’Incarnazione che una forza di bene si è inserita nella realtà dell’uomo), e ogni nostro gesto di bene va, in un certo modo, ad inscriversi in questa realtà, rendendo sempre più desiderabile il bene, proponendolo e mediandolo anche per gli altri.

 

Noi siamo chiamati a cooperare all’efficacia di tale storia, ognuno di noi personalmente, ma non solo personalmente ma pure collettivamente, che tale storia di bene diventi efficace nel nostro periodo storico.

 

Quindi, l’assunzione responsabile dell’essere Chiesa si situa in questa dinamica. Noi siamo Chiesa, se ci inseriamo in questa dinamica di bene e quindi riusciamo a portare, nell’ambiente dove viviamo, questa tematica, questa forza che spinge a compiere il bene.

 

(Parlavamo all’inizio dei programmi dell’insegnamento morale, che era un compito prettamente del laico mettere in atto i programmi, quindi è importante che voi colleghiate tutto questo).

 

Essere Chiesa significa porre in un certo tipo di convivenza e di collaborazione che si inscrivono ancora in questa storia di bene.

 

Ed è proprio in questa moralità assunta e condivisa che abbiamo lo strumento per additare il regno di Dio, per rivelare la presenza di Dio nel nostro mondo (e proprio in questa moralità che assumiamo e che condividiamo insieme con chi? Non con un uomo qualunque, insieme con Dio stesso).

 

Fra moralità e socialità (e sottolineate questa moralità e socialità) esiste una connessione profondissima, essendo, la seconda, il modo di esternarsi della prima.

 

Le leggi civili e penali, ad esempio, non possono essere irrilevanti moralmente (l’aborto, tante leggi contro la famiglia, non possono essere per niente viste come non implicanti nell’aspetto morale).

 

La trasparenza, quindi, di coscienza, la logica secondo cui l’individuo sceglie sono, infatti, qualcosa che non rimane confinato nel cuore della persona, ma che, attraverso la mediazione della relazione, diventa storicamente incidente ottenendo così effetti in quella sfera umana della necessaria relazionalità che è, appunto, la "socialità" (quindi voglio intendere in questo senso così ampio, il termine socialità).

 

Il vivere personale, infatti, è sempre vivere interpersonale, e in questo senso la socialità è il luogo della moralità. E’ nell’incontro con gli altri che si nasce alla moralità! (mi comprendete in questo? è nell’incontro con gli altri che nasciamo alla moralità). Allora, evidentemente tutto questo discorso presuppone una certa nozione di sociale e di coscienza.

 

 

nozione di sociale

 

Il sociale non è qualcosa che appartiene ad un campo specifico della vita. La Societas, ovvero la Polis, non è infatti una realtà costruita da esperti, ma è attinente alla società e alla politica in questo caso; tutto ciò concorre a costruire la Polis come unità di popolo, come Cultura, Ethos condiviso.

 

Quindi - ripeto ancora meglio - ciò che fa la Polis in questo senso è ciò che è condiviso a livello di coscienza, ovvero del capire, del valutare, dello scegliere.

 

Quando si dice: "fa politica", tutto ciò che segna in profondità la coscienza della persona, e questo prima di ogni esplicitazione concreta. (Vi dicevo la volta scorsa, che "fare politica" è una cosa positiva. perché è interessarsi per il bene della comunità, per il bene della società; poi diventa una stortura quando "far politica"

vuol dire mettere in atto solamente dei discorsi, dei fatti contro il bene della società; quella poi è una stortura che giustamente il legislatore - o in caso di mancanza del legislatore - che non sia corrotto, il popolo deve cercare di salvaguardare, non viviamo in una dittatura, noi viviamo in democrazia, quindi ci sono gli uomini politici che debbono essere al nostro servizio. Qui subentra pure una mentalità distorta da parte nostra nel vedere l’uomo politico, magari, come l’uomo di potere e quindi di darci la possibilità di potere raggiungere un certo potere; questo è tutta una distorsione della società, non è la realtà del vivere politico).

 

 

la nozione di coscienza etica

 

Se la socialità resta al margine della coscienza, questa rimane qualcosa che si basa su una logica individualistica. "Ciò che vale è l’aspetto personale, il resto è accessorio!"

 

In questa ottica, recuperare uno spazio alla carità autentica è molto difficile. Ma vi è di più.

 

Se il vivere sociale è ritenuto estrinseco alla propria moralità, anche l’immagine che si da di Dio è distorta, a lui i problemi della "Polis" non interessano! E’ chiaro quanto ai difficile spiegare - in questo contesto - la paternità di Dio (perché se noi facciamo le divisioni, cioè: Dio nel mondo sociale non ha interessi, della politica Dio non interessa, è una stortura, una schizofrenia, perché se siamo figli di Dio, Dio interviene in tutte le azioni dell’uomo, perché appunto questa figliolanza divina non ha più senso).

 

Legato a tutto questo discorso, nasce il discorso del "bene comune", quindi abbiamo questo argomento del bene comune.

 

La partecipazione alla vita sociale non è un optional, ma è un compito ineluttabile di ogni coscienza etica, compito che, nella fede, appartiene alla logica dell’alleanza; non esiste, infatti, un farsi prossimo che non debba passare attraverso l’interesse per gli altri e per la loro vita, ovvero partecipazione al sociale. Persino l’eremita non può sfuggire a questo essere con e per gli altri.

 

Ma vediamo più da vicino la "nozione del bene comune".

 

Quando si parla di bene comune solitamente si intende una complessità di cose "buone" che si posseggono e si usano insieme, e che uno specifico "corpus legislativo", anch’esso bene comune, salvaguarda (questo si può dire che la definizione di bene comune, in maniera superficiale). Il bene comune economico di una famiglia, ad esempio, è il patrimonio di possibilità economiche a cui tutti contribuiscono e in cui tutti attingono.

 

In questa nozione di bene comune, però, vi è un rischio, cioè quello di intendere il bene comune come uno strumento per accrescere il proprio bene individuale.

 

Il bene comune, in questa ottica, è importante perché "serve" (e per questo, in un certo senso, vale la pena pure un "accordarsi" fra gli uomini), ma, se voi ci riflettete, sottostà a questa visione di bene comune sempre il bene privato (è un bene privato che mettiamo in comune, ognuno mette il suo bene privato per potere avere tutti poi il suo proprio utile, quindi è una nozione di bene comune un po' distorta). Questo modo di intendere il bene comune è abbastanza confuso, e chiaramente non sottende a nessuna logica di comunione, ma solo di interesse privato.

 

La Rivelazione, al contrario, pone in 1° piano proprio la realtà della "comunione"(intesa che va inserita nel bene comune). Essere popolo di Dio, è condivisione, è vivere in rapporto all’altro, facendo della propria vita un dono.

 

Teologicamente, di conseguenza, il bene comune è storia tensione verso la comunione, intesa come fine della vita, cioè tensione verso il fine della storia.

 

Non, dunque, di qualcosa di cui ci serviamo, ma qualcosa a cui tendiamo (questo per il cristiano è fondamentale, perché ci fa vedere il bene comune sotto un altro aspetto, non solo utilitaristico, ma proprio tensione verso).

 

In questo ambito si situa, per esempio, il valore della solidarietà che, anche se non noto in un contesto cristiano, richiede di essere cristianamente interpretato, e se è il caso, purificato. La solidarietà apparirà, allora, come "comune responsabilità alla realizzazione del bene di tutti"e non solamente di quelli del proprio gruppo (quindi, quando si parla di immigrati, allora come cambia il discorso, non solamente bene comune del nostro gruppo).

 

Questo tanto più perché comprensioni arbitrarie del bene comune sono tutt’altro che infrequenti in questo momento storico. Nella Chiesa stessa, infatti, non è sempre evidente che ciò che è inteso e cercato più di ogni altra cosa è la condivisione!

 

Il pluralismo della nostra realtà complica ulteriormente le cose, chiaramente esso - il pluralismo - è una conquista (siete tutti d’accordo su questo, sul pluralismo che è una conquista?), per tanti aspetti, ma non può essere ritenuto semplicemente un valore, soprattutto quando diviene - il pluralismo - ostacolo alla comunione; quindi di qui l’esigenza di sapere scorgere ciò che ci unisce più che ciò che ci divide (questa era una frase di Paolo VI), sia pure nella coscienza delle reali diversità esistenti (quindi il pluralismo è un valore, è indiscutibile, perché giustamente in una democrazia ci debbono essere più voci, più interpretazioni di un problema; però se questo pluralismo può impedire la comunione, allora non è più un valore).

 

Questa realtà così diversificata, che è la nostra situazione, è per il credente, luogo di vocazione (qui è una provocazione che faccio a voi; come è luogo di vocazione? Si! Perché proprio in questa realtà così contraddittoria, così difficile, diventa per ognuno di noi, e in particolare, per il laico cristiano un luogo di vocazione), in quanto il laico cristiano è appunto in questa nostra realtà che è chiamato a fare comunione, ed è su questo terreno che deve ritrovarsi con gli altri, anche con chi comprende lo stesso scopo della comunione in modo diverso. In questo modo di comunione, in questa possibilità di far comunione nel sociale è importantissimo il "dialogo" - il dialogo per noi uomini è il mezzo più importante per comunicare - concretamente , il modo di camminare insieme nonostante e nelle diversità presenti.

 

Adesso parliamo un po' del dialogo: il dialogo non è diplomazia, non è buone maniere, intelligenza esteriore per trattare con gli altri e ottenere i propri scopi, tanto meno esso è una lotta fatta con "armi civili", un confronto tra gruppi opposti che non mirano che a raggiungere il proprio scopo (molto spesso il dialogo noi lo intendiamo in questo, cioè io parlo con te ma solo per portare le mie ragioni e poi non ascolto le tue ragioni).

 

In tutti questi casi, infatti, non si esce dalla logica della ricerca di sé e della strumentalizzazione dell’altro. A questo punto subentra pure che ci chiediamo se, nelle nostre comunità, molto spesso non ci sia null’altro che questo tipo di dialogo, che è diventato talmente un nostro modo di vita che non ci accorgiamo più che è questo; un credente che è chiamato alla comunione non può non condividere questa impostazione del dialogo come scoperta dell’altro, e quindi i cristiani sono chiamati a confrontarsi per potere scoprire appunto, come si può scoprire l’altro. Dialogo, quindi, è in 1° luogo possibilità di ascoltare e di parlare, la capacità di ascolto, evidentemente, è condizione previa per poter parlare in maniera significativa con l’altro.

 

Anche questo va detto in maniera chiara: non è raro, infatti, rinvenire un ascolto che è esso stesso interessato, che non è accoglienza dell’altro ma è studio dell’altro per poterlo meglio controbattere.

 

D’altro canto non bisogna cadere nemmeno nell’errore opposto. Qual’è l’errore opposto? "Dato che ognuno può dire la sua, allora una opinione vale l’altra" (e questa è l’opinione corrente, tutti possiamo dire la nostra, basta vedere i programmi, così per farvi capire concretamente, il programma di Maurizio Costanzo, tutti dicono la sua).

 

Il dialogo e la verità non è il risultato del nostro metterci d’accordo, quindi questo sia importante. In questo senso il dialogo non deve togliere la capacità di valutazione: certo, l’altro può mettermi in discussione con i suoi argomenti, ma questo non può annullare del tutto i miei progetti, i miei valori, le mie convinzioni.

 

Ugualmente, la tentazione di ritenere che il confronto con l’altro non possa far sortire alcun effetto - perché ciascuno rimane con le sue idee - non è un modo autentico di affrontare il dialogo, né, tanto meno, risponde alle esigenze della speranza cristiana.

 

In senso lato potremmo dire e potremmo parlare, allora, del dialogo come quell’ atteggiamento, dialogico appunto, che deve essere presente in ogni espressione di socialità, se questa si vuole che converga verso la comunione - ecco cosa è il dialogo!

 

capitolo II

 

LIBERTA’ E RESPONSABILITA’ SOCIALE

NELLA VITA FAMILIARE

 

 

Come luogo primario di socialità e insieme di libertà e di responsabilità, possiamo assumere senz’altro la Famiglia.

 

Al di là delle diversità storiche, essa è stata sempre una struttura "piccola" e "primaria" di convivenza, i cui legami di sangue, che possiamo chiamare legami costitutivi, sono meno complessi di altri e, insieme facilitano la socialità interna, sia pure secondo modi e forme storicamente diversi (si pensi, ad esempio, alla diversità della condizione della donna e dei suoi ruoli familiari nelle diverse epoche: all’interno della famiglia ci sono stati dei cambiamenti nei secoli, dando però sempre una struttura familiare).

 

In ogni caso, la famiglia ha sempre uno specifico ruolo di mediazione, rispetto alle altre convivenze sociali o ecclesiali (quindi la famiglia è primo luogo di mediazione dell’individuo con il sociale).

 

Essa pone in atto un luogo in cui la "relazionalità personale è agevolmente verificabile, e questo per vari motivi, diciamone alcuni: il piccolo numero dei suoi membra; la sua continuità di rapporti; per la sua necessaria differenziazione delle relazioni e dei ruoli (padre, madre, figli, anziani, fratelli con fratelli, i figli con i genitori); quindi ognuno un ruolo diverso, una relazione diversa; in un piccolo gruppo - come notate - c’è proprio la differenziazione dei ruoli, cosa che non avviene, per esempio, in un piccolo gruppo di compagni - sono tutti compagni -; in un piccolo gruppo di sacerdoti - sono tutti sacerdoti.

 

Nella famiglia si rende possibile imparare come assumere correttamente ruoli e relazioni e come questa assunzione possa essere di vantaggio per gli altri, costruendo e verificando una solidarietà che non è uniformità.

 

 

 

 

Nella famiglia si impara, ad esempio, come una rinuncia o un conflitto non siano necessariamente sinonimo di morte, di rottura e si può anche verificare come solo il dono della vita rende la vita autenticamente tale.

 

Certo questo non succede necessariamente e sempre, ma la famiglia rimane sempre il luogo principale e insostituibile in cui questo tipo di esperienza è possibile.

 

Torno a dire: la famiglia ha una grande valenza anche riguardo ai conflitti, infatti la famiglia permette di sperimentare la superabilità, in quanto il bene dell’altro non è concorrente al bene proprio e il dono reciproco della vita non è morire ma vivere.

 

E’ questa esperienza di amore ricevuto che permette di donare, poi, la propria vita, e quanto più essa è forte tanto più positiva sarà la moralità che ne scaturisce (io parlo della famiglia nel senso positivo, non chiaramente di quelle famiglie distorte, cioè con il padre pieno di egoismo o con madri che non si interessa dei figli; io parlo di una famiglia normale: di un padre innamorato dei figli, la moglie innamorata dei figli che quindi si sforzano di crescerli; di pure gente, non solamente innamorata, ma pure intelligente, perché ci vuole pure l’intelligenza nell’educazione, non solamente l’istinto, ci vuole pure la capacità di sapere mediare, di saper misurare e capire i figli).

 

Tutto questo fa della famiglia il luogo ottimale della solidarietà, il luogo in cui essa si rende concretamente possibile attraverso il donarsi di ciascuno compreso come valore e bene per sé.

 

Un altro elemento peculiare che la famiglia sembra garantire è: l’incontro tra le generazioni (questo dobbiamo di nuovo riportarlo nelle nostre famiglie, perché lo stiamo perdendo questo incontro tra le generazioni, che fino a qualche anno fa avveniva con molta semplicità); pur essendo questa via molto nota nel recente passato con facilità e superficialità, stiamo voltando le spalle ad un valore basilare per la crescita sana di una società.

 

Il nuovo tipo di educazione viene ad avere la sua manifestazione senza sviluppare l’incontro dei piccoli con gli anziani. Ci si preoccupa, erroneamente, di tenere lontano i piccoli da tutto ciò che ha la parvenza di male, comprese quelle realtà, come la sofferenza e la morte, che purtroppo sono parte di questa vita.

 

La presenza dell’anziano nella famiglia è, in questo senso, un invito al giovane a non illudersi che il mondo cominci e finisca con lui, ed insieme ad acquisire una più realistica visione della vita e della storia.

 

Può aiutare al giovane a scoprire che la progettualità del futuro deve essere accompagnata dalle considerazioni del passato, il quale passato è del futuro la radice storica e la condizione stessa di possibilità.

 

Viceversa, la vicinanza dell’anziano al giovane è un aiuto a comprendere il nuovo e ad accoglierlo, sanando così il frequente senso di inutilità che accompagna la vecchiaia.

 

Questa è la solidarietà familiare, dove l’assunzione responsabile del proprio ruolo è sempre un contributo all’assunzione del proprio ruolo da parte dell’altro, dove il proprio corretto rapportarsi consente all’altro di fare altrettanto, nel senso di una formazione reciproca.

 

E’ importantissimo riassumere questi valori, che sono quasi persi; nelle coppie giovani c’è la paura di fare avvicinare il bambino all’anziano.

 

Abbiamo parlato della famiglia al suo interno, trattando le coppie giovani, gli anziani, ma essa - la famiglia -

ha anche una sua valenza all’esterno, infatti ha un ruolo mediatore anche riguardo alla comunità ecclesiale.

 

capitolo III

 

LIBERTA’ E RESPONSABILITA’

NELLA COMUNITA’ ECCLESIALE

 

 

Nella comunità ecclesiale si verifica e si assume criticamente ciò che la cultura propone in termini di idealità e di valori ; sia il singolo sia la famiglia sono invitati, a questo punto a capire e a valutare, secondo diversi punti di vista, ciò che di fatto gli viene proposto, ciò che di fatto avviene intorno a lui.

 

Quindi la possibilità di confrontarsi con altre esperienze e soprattutto con esperienze di persone di età diverse, è essenziale ad una assunzione critica, ma non unilateralità di ideali e valori, c’è sempre in tutto ciò una unione di varie parti in un certo senso portano a riscoprire certi valori ed accettare alcuni valori ; la famiglia deve essere portatrice di questo, ma non solamente al proprio interno come pure all’esterno.

 

La comunità ecclesiale è una realtà che veicola questi valori ; sono tutte proposte queste che devono realizzarsi nella propria vita ; se minimamente ci sono delle incomprensioni in questo, dobbiamo tentare di portare nella comunità ecclesiale questa sensibilità, specialmente voi che vi preparate ad un compito importantissimo, principale nella comunità ecclesiale, cioè dovete essere di esempio - ma non solamente di esempio con la vostra vita - ma anche propositivi ; se siete i primi voi a vivere, in un certo senso, quell’angoscia del non realizzare l’ideale cristiano, come possono seguire gli altri ? Se noi sacerdoti, se non crediamo per primi, come possiamo far credere agli altri ? Voi siete sullo stesso piano in questo senso. Tutti abbiamo i nostri dubbi, tutti abbiamo i nostri momenti di crisi, non perché sono sacerdote, non vivo pure io la schizofrenia che può esserci tra l’ideale cristiano - che non deve rimanere solamente utopia, ma un ideale è una cosa che dobbiamo raggiungere - e la realtà terrena, la realtà di tutti i giorni che mi fa comprendere come siamo impastati pure di peccato. Questo, però non mi porta ad abbandonare la mia strada, anzi. A pensare che veramente c’è un Dio che mi vuole bene, uno Spirito Santo che mi illumina e mi guida.

 

Lo stesso discorso che abbiamo fatto per la famiglia, lo possiamo anche fare riguardo l’esperienza di Chiesa, a condizione evidentemente che tra comunità ecclesiale e famiglia vi sia una un’effettiva comunanza di vita. Qui caliamoci nel reale : io sono responsabile della Pastorale Familiare Diocesana, voi che cosa mi dite a tale riguardo ? La comunità ecclesiale in un certo senso vive, è comunità di famiglie ? Perché, quando io vado in qualche paese, che magari non abbiamo tanto a che fare, voglio fare la riunione alle famiglie e si presentano sempre le mogli, i mariti dove sono ? che sono tutte vedove ? La cosa che mi riempie di sgomento, quando vedo queste cose è che quando uno va all’estero, le comunità ecclesiali sono formate da uomini, la maggior parte sono uomini, tutti di 40-50 anni impegnati, attivi e pure le mogli, però devo dire la verità, la parte di protagonisti la fanno gli uomini. Allora cosa mi consigliate, voi dite che bisognerebbe in Chiesa, nelle Parrocchie, riscoprire il ruolo sociale per potere fare diventare di nuovo gli uomini protagonisti ? Ma il sociale sapete in un certo senso, però, ci interroga nel nostro ambiente in maniera pure di rischio ? Il sociale non è fare una riunione, dire cosa facciamo oggi e non facciamo domani ; il sociale implica pure, nel nostro ambiente, una presa di coscienza, una presa di posizione - per esempio - a livello politico, sul lavoro. Il sociale non è solamente così e basta, cioè io vi sto dando la base per potere poi voi costruire, nel vostro concreto, un programma sociale, un discorso sociale ; cioè alla base cosa c’è di tutto questo ? Alla base c’è l’onestà, la giustizia, tutti valori che non sono solamente cristiani, sono valori umani ; poi noi attraverso la luce di Cristo, possiamo inserirli in un discorso cristiano e quindi dare una luce futura, escatologica, che non ci dobbiamo limitare solamente ad avere un piccolo possesso di questa realtà terrena, perché la nostra realtà è molto più ampia, noi dobbiamo sempre essere con un occhio su questa terra, ma pure con un occhio alla realtà di tutto l’universo, di tutta l’eternità che ci attende.

 

Quindi, per questo io dico, richiedere il sociale vuol dire pure parlare con cognizioni di causa, non fare il sociale, per esempio (e non metto in dubbio che questa è un’opera buonissima), i Vincenziani, cioè dedicarsi per i poveri, andare magari nelle famiglie povere e portare il pane, non è questo solamente ; questo è un aspetto.

 

Lo stesso discorso riguarda quindi la Chiesa, dicevamo, a condizione evidentemente che tra comunità ecclesiale e famiglia vi sia una effettiva comunanza di vita (siamo partiti da questo e poi siamo andati a tanti altri discorsi). Però, questa era la domanda che vi ponevo : c’è questa comunanza di vita tra la comunità ecclesiale e la famiglia ? O la famiglia percepisce la comunità ecclesiale come una realtà esterna, come una realtà che non può dare un aiuto concreto, vero, ai problemi della famiglia ? Perché può esserci pure questo.

 

Io non vi dico di andare a cercare grossi problemi, basta nel nostro piccolo vedere, per esempio, come viene trasmesso certi valori ai bambini ; come la famiglia partecipa, se da protagonista o solamente come una realtà che è stata sempre così (catechismo dei bambini - famiglie completamente assenti - i figli hanno, lungo il periodo dei loro anni, un periodo che sono veramente legatissimi alla Chiesa, perché hanno la prima Comunione, la Cresima ; io dico questo, la famiglia partecipa a questi momenti o li vive come una esperienza esterna alla famiglia ? Queste cose voi vi dovete sensibilizzare e portare nelle vostre Parrocchie).

 

Io vi do un consiglio : ai genitori è possibile farli rientrare nel loro ruolo di educatori solamente se si riesce a scoprire quel filone di interesse che certe volte può essere pure obbligatorio, cioè dire : voi dovete venire insieme ai vostri figli, in certi periodi (magari fare riunioni separate) ma come obbligo per vedere una linea di condotta riguardo ai figli ; cioè non deve essere farli venire e poi fare degli incontri di spiritualità che sono al di fuori dalla loro vita ; quello si deve fare dopo, ma principalmente bisogna attrarli con il problema vero : i figli

 

Nella famiglia, infatti, il giovane trova la possibilità concreta di integrazione nella comunità di fede, e insieme con la famiglia elabora le risposte che la società richiede.

 

Ugualmente, l’esperienza di solidarietà che la famiglia consente è fondamentale tanto al vivere sociale quanto a quello ecclesiale, quelle forze rappresentano il luogo di espansione e di universalizzazione nel mondo ecclesiale.

 

Evidentemente, tutto questo richiede tempi e spazi reali in cui il rapporto reciproco di solidarietà e di comunione possa maturare.

 

Esperienza tanto più urgente tanto più che nella nostra famiglia di oggi si rischia di privatizzare l’esperienza di fede (appunto quello che vi stavo dicendo, privatizzare i figli, privatizzano la loro esperienza di fede, poi ad un certo punto la lasciano) non vivendola più come una necessità per la completezza dell’individuo, ma come una possibile scelta.

 

In questo mondo attuale di relativismo, abbiamo pure relativizzata la realtà dell’essere umano. L’essere umano che cosa è ? E’ realtà terrena, carnale, ma pure realtà spirituale (voi vi inserite in questo mio discorso di dualismo ? Cioè non è solamente una realtà materiale, quella che noi viviamo, ma è pure una realtà interiore).

 

In questa realtà, invece, di mondo che relativizza tutto noi stiamo sviluppando un aspetto dell’uomo che è solo quello materiale, a discapito di quello spirituale, ritenendo che quello spirituale può essere pure personalizzato solamente ; cioè se io desidero svilupparlo lo faccio, se no non lo faccio. Così facendo noi stiamo creando delle persone non realizzate al proprio interno, perché è compito nostro, compito vostro di genitori, quello di far crescere i vostri figli completi, cioè che dentro di loro possano vivere questa loro corporeità e questa loro spiritualità in senso completo ; non avete solo il compito di vestirli bene, di farli crescere a livello fisico, ma avete pure il compito di farli realizzare interiormente.

 

E questo come ? Con semplicità, vivendo, per esempio, in famiglia un rapporto di serenità ; questo lo ritenete un valore, la serenità ? Pure facendovi violenza dentro, pure quando in certi momenti vi viene voglia di rompere tutto ; ma voi avete un compito, è come se siete veramente i portatori di questa serenità che Dio vi ha dato ; attraverso il matrimonio, voi siete veramente i portatori di questa serenità, non potete delegare, non potete pensare che il carattere proprio è questo, no ! ; perché nel momento stesso che avete deciso di sposarvi e di mettere al mondo dei figli, voi non siete più soli, non siete più persone che decidono come possa decidere uno che è solo, voi dovrete programmare la vita di famiglia ; e programmare vuol dire che certi valori devono essere di nuovo riscoperti attraverso la vostra esperienza.

 

La serenità è uno dei primi aspetti perché il bambino ha bisogno che intorno a sé ci sia serenità, e qui subentra allora : televisione sempre accesa - al bambino disturba, può sembrare che gli piaccia, ma lo disturba, è una violenza che fate ai vostri figli - ; discussioni sempre senza fine, per esempio, orari dei figli che non vanno mai a letto, che vanno a letto quando vanno i genitori, i bambini hanno bisogno di avere i loro tempi e quindi voi genitori dovete essere capaci di imporre questo ; cioè sono tutte cose che fanno crescere i figli equilibrati.

 

Un’altra cosa è questa : che fino adesso, ormai non ce lo possiamo più permettere perché la nostra società non è più come quella passata - contadina che bene o male aveva un ritmo sereno nella propria vita - adesso è affannata, quindi si può correre un rischio che, voi impegnati tutto il giorno nel vostro lavoro, arrivati a casa e lo vedete come un rilassamento, non sapete che proprio lì inizia il vostro vero lavoro (capiamoci, io non vi sto penalizzando, vi sto dicendo che in questa società, che non è più come quella di prima, che aveva i suoi tempi sereni, che erano pure i tempi del tempo, cioè si ci alzava in certi orari, erano i cicli del tempo che in un certo senso accompagnavano l’uomo, adesso non più), non potete delegare il compito di padre, di madre, perché siete inseriti in questa società, no !

 

Non è cambiata la mentalità dei figli, è cambiata la nostra mentalità. Perché se noi riusciamo sempre, nei limiti del possibile, a dare una linea di condotta, state attenti ! In morale è chiamata la falla nella diga : se noi abbiamo una diga e la costruiamo bene, nel momento stesso che si apre una piccola falla, siamo sicura che la diga ormai, seppure piccola, è finita; e così noi stiamo facendo delle nostre famiglie, perché ?

 

Sappiamo che ci sono dei valori imprescindibili, però abbiamo le piccole falle (i ragazzi ormai hanno un’altra educazione, ed è vero, è indiscutibile), però noi abbiamo un compito maggiore del passato, cioè di far crescere questi ragazzi pure con senso critico ; per esempio : i cartoni animati, non si può più proibire ai ragazzi, però, allora, iniziare a fare, a tavola, così per caso : che cosa ha trasmesso ? è stato bello ma di che cosa tratta ?, ecco far capire pian piano qualche non valore che hanno loro recepito, come una cosa normale.

 

E’ questo il compito dell’educatore !

 

capitolo IV

 

AUTORITA’ ED OBBEDIENZA

 

 

Si tratta di termini analoghi nel nostro linguaggio, per esempio : autorità della coscienza, di Dio, dei genitori, ecc.

 

Sono ambiti, questi, che hanno senz’altro qualche nota in comune, ma che sono anche profondamente diversi ; infatti nessun uomo è Dio, e nessuna autorità umana è una autorità assoluta, sia nel campo civile che nel campo religioso.

 

Ugualmente, l’autorità della coscienza, pur non essendo un’autorità esterna da noi, non è un’autorità assoluta, o per lo meno, lo è solo umanamente perché senza passare per l’autorità della coscienza , nessuna autorità umana è riconosciuta come tale. Dico questo "non è assoluta" in quanto ci può essere anche la "coscienza erronea", che noi siamo convinti, magari, di una cosa è invece è sbagliata.

 

Il senso di autorità e di obbedienza appartiene al vivere socializzato in ogni caso, e ne costituisce una funzione essenziale e indispensabile in relazione al perseguimento del bene comune (sempre finalizzato al bene comune l’autorità e l’obbedienza è necessario).

 

Per san Tommaso, ad esempio, l’autorità è quella realtà che si preoccupa che la ricerca del bene comune sia ordinata ed efficace. Quindi, vedete come già l’autorità non la pigliamo come una forza, che certe volte noi sentendo il termine "autorità" vediamo come una forza arbitraria, tirannica ; l’autorità deve essere sempre sottomessa al bene comune, se no diventa dittatura. Qui ci può aiutare a fare i nostri programmi, mai un politico deve essere dittatore, mai un politico deve gestire la cosa pubblica senza che i suoi elettori sappiano che cosa si gestisce, l’errore è stato, fino adesso, fatto così ; per un piccolo favore noi abbiamo chiuso tutti gli occhi, per un piccolo favore, noi non ci siamo resi conti che ci hanno proprio imbavagliati, questa è la realtà.

Perché, se noi pretendevamo dei programmi onesti che si attuavano, siamo sicuri che in questa situazione non ci trovavamo ; i nostri figli, i vostri figli, state sicuri che se c’era un Italia corretta, non avevano bisogno di partire ed andarsene all’estero, o rimanere fino a 40 anni disoccupati ; quindi vedete come tutto si ripercuote su di noi.

 

La realtà del mondo è quella di essere soggiogata all’uomo nel senso positivo ; Dio ce l’ha data non per tiranneggiarla nel mondo, ma per renderla vivibile. Pure nella politica. La politica lo vedete come si inserisce subito, allora, in un discorso di creazione ; la politica non è altro che il vivere il bene comune per tutti, cioè saper gestire il bene comune, il sapere fare delle leggi adatte per l’uomo, che non vengano subite dall’uomo, che aiutino l’uomo a vivere su questa terra. Il mestiere del politico, è il mestiere più bello, perché è il mestiere dell’altruista ; è diventato, invece, il più brutto perché noi abbiamo chiuso gli occhi.

 

In quest’ottica, l’autorità ha senso solo nella ricerca del bene comune e nella cura di esso ed è sulla base del bene comune che verrà anche giustificata. Questo potrebbe essere la base per un programma.

 

Lo stesso vale per l’obbedienza, essa è quella "virtù" che consente l’assunzione in libera responsabilità delle esigenze della convivenza, prima fra tutte quelle del privilegio del bene comune sul bene proprio.

 

Avere cura della comunità civile è, concretamente, avere cura del bene comune e impegnarsi nella ricerca di esso.

 

Allo stesso tempo, l’autorità ha nel rapporto al bene comune il suo fondamento prossimo ed è in base ad esso che va giudicata e anche rispettata, evidentemente, c’è una premessa in tutto questo, la necessaria e riconosciuta designazione, che potremo chiamare "fondamento conoscitivo" dell’autorità e di conseguenza dell’obbedienza.

 

Fondamento ultimo, invece, rimane sempre Dio creatore - per noi cristiani - e redentore, per cui è solo in riferimento a Lui che ciò che è giusto diviene anche "buono".

 

Nella lezione precedente si stava parlando della "Autorità ed obbedienza", siamo quasi alla fine di questa problematica, inizieremo fra poco "La difesa e promozione della vita umana alla luce del Vangelo".

 

Avevamo detto che la Chiesa è chiamata a testimoniare al mondo il valore ed il modo corretto di questo vivere in comunità.

 

Evidentemente, ciò richiede nell’esercizio dell’autorità e nella prassi dell’obbedienza una ulteriorità di trasparenza rispetto all’ambito civile, non solo nella loro qualità morale ma anche nel loro significato. Questo sempre in riguardo, appunto, al valore che bisogna dare all’aspetto dell’autorità e dell’obbedienza.

 

Quella del cristiano è una obbedienza che scaturisce dall’obbedienza a Cristo, ed è questo criterio che legittima e insieme delimita - questo è importante - l’esercizio dell’autorità. Tutto ha come nucleo l’obbedienza a Cristo, e di conseguenza, dicendo obbedienza a Cristo cosa si intende ? Alla legge di Cristo, alla legge nuova ; di conseguenza se una legge (legiferata in una società) è contraria alla legge di Cristo, noi come cristiani dobbiamo disattenderla, tipo l’aborto, l’eutanasia, il divorzio.

 

Può sembrare duro come situazione, cioè forse a volte è incomprensibile, perché ? Perché abbiamo troppo l’aspetto della nostra fede privatizzata, cioè noi non abbiamo una fede sociale, non comprendiamo che la fede, l’interiorità della fede, deve essere vissuta anche nella prassi, nel concreto.

 

Quando noi causiamo questa separazione tra fede vissuta nell’interiorità e prassi vissuta nel sociale, concretamente, staccata l’una dall’altra, avviene in noi una "non realizzazione".

 

Non è una proposta da accettare o non accettare, qui è la concretezza e la credibilità del cristiano ; se non avviene questo non è che il primo viene un po’ menomato, no ! ; il primo non esiste ; quando noi crediamo di essere cristiani non calandoci nella vita del quotidiano usando il metro di Cristo, non siamo cristiani.

 

Non voglio dare ulteriori spiegazioni su questo, in quanto è una cosa radicale, ontologica, cioè non ci sono vie di uscita. Qui si è nell’insieme della vita, non esiste una via di mezzo a tale riguardo, ed io vi invito a questo punto a scoprire nella vostra storia, nella vostra vita, nel vostro vissuto storico, di verificare se avate conosciuto persone che hanno saputo fare questa comunione tra l’interiorità ed esteriorità, magari qualche nonno, qualche nonna, perché sempre agli antichi si deve andare per vedere questo.

 

Tornando al discorso, è l’obbedienza a Cristo che ci deve essere di guida poi all’obbedienza della autorità umana (autorità legislativa). Le tentazioni maggiori contro questo tipo di argomentazione sono principalmente due :

 

  1. - l’atteggiamento del privilegio del bene proprio o del proprio gruppo di appartenenza (privilegiare il proprio bene solamente) ;

2) - l’atteggiamento "dimissionario" di chi preferisce, per quieto vivere, non porsi affatto il problema.

In questi due casi ci troviamo noi ; quindi molto spesso noi ci allontaniamo, diciamo, da questo comando di Gesù Cristo, obbedienza a Cristo, per questi due motivi ; o perché vogliamo tenere egoisticamente il bene nostro perché non ci interessa dell’altro, appunto assumiamo questo atteggiamento passivo per quieto vivere.

 

capitolo V

 

DIFESA E PROMOZIONE DELLA VITA UMANA

ALLA LUCE DEL VANGELO

 

 

Vogliamo riflettere ora sul tema del "Rispetto dell’uomo", tema collegato solitamente al V Comandamento, e oggetto oggi di una riflessione quanto mai ampia, non potendo rinchiudere il problema nel solo caso all’omicidio.

 

Perché, ugualmente, l’esistenza nella nostra società di struttura di potere che sembrano richiedere necessariamente il soffocamento dei deboli, fa sì che il nostro tema acquisti una rilevanza particolare.

 

Vi spiego la situazione : il V Comandamento è "Non uccidere", ma a noi interessa in particolare in quanto nella nostra società, che stritola il debole è lo stesso di uccidere.

 

Al fondo di tutto, evidentemente, ancora la logica dl bene proprio e del privilegio di sé, sprezzante del peso che questa logica impone sulle spalle altrui. Questa è una cosa tanto contraddittoria se noi consideriamo che mai, come oggi, l’umanità ha messo in mano alla tecnica, alla tecnologia tutto il suo futuro. Quindi questa potenzialità di tecniche positive (perché sono positive), devono essere rivalutate, devono essere riviste dalla società ; per esempio, ve ne accorgete in Francia cosa sta succedendo, come gli altri Stati si sono opposti, come la Francia sta facendo ostruzionismo all’Italia perché non abbiamo aderito.

 

Quindi tutte queste potenzialità tecniche, se rettamente usate, potrebbero contribuire non poco all’umanizzazione del mondo.

 

Evidentemente un tale modo di strutturare la società si regge perché fa forza su una condivisione allargata della logica di violenza e di sfruttamento su cui si basa. E questo a partire dai livelli più semplici del nostro vivere quotidiano, così spesso intriso dell’affermazione del proprio diritto individuale e del privilegio di sé, con tutta la violenza che ne consegue.

 

E’ quanto capita, ad esempio, in alcune argomentazioni riguardo l’aborto : l’embrione non è persona, per cui prevale il diritto di chi è certamente persona.

 

L’errore di fondo è evidente : certo, l’embrione e l’adulto sono persone in modo diverso, ma questo non esclude il compito di fare essere persona l’altro (perché sono veramente persone in modo diverso ; ma se noi ci mettiamo in una posizione che l’altro ancora non è persona nella sua concretezza, noi non abbiamo il diritto nel non far diventare una persona ; e l’assurdo è questo, che noi ci arroghiamo il potere di un essere umano di non farlo diventare persona).

 

Il problema del rispetto nella vita sociale dell’altro, è in generale e possiamo, in un certo senso, trovare il nucleo di questo, quello della comunione o della donata relazione con Dio.

 

Di conseguenza, le domande che occorre porsi non sono domande legali e positive, per esempio, preoccupati di definire solo fin dove possa spingersi la mia libertà, non è questa la domanda che noi cristiani dobbiamo porci nel sociale, e qui interviene il discorso che facevamo dei programmi sociali ; ma la domanda che ci dobbiamo fare è come la mia libertà può farsi responsabile della libertà dell’altro ? ; come posso prendermi cura delle possibilità di vita dell’altro ?. Queste sono le domande che noi, come cristiani dobbiamo porci nel sociale, perché debbono essere domande positive, se vogliamo costruire positivamente.

 

Non dove arriva la mia libertà, ma la mia libertà dove la posso mettere al servizio per poterla veramente vivere nel sociale ; quindi partiamo da una definizione : che noi abbiamo questa libertà dentro di noi, che nessuno ce la può togliere o donare se non Dio. Sono principi che dobbiamo calare nella realtà.

 

capitolo VI

 

LA GIUSTIZIA

 

Oggetto di questa parte del corso è il tema della Giustizia, in particolare la giustizia sociale, tema quanto mai vasto e dalle sfaccettature assai diverse che cercheremo di affrontare sotto qualche aspetto particolare.

 

Tradizionalmente il tema è legato al VII Comandamento : Non rubare (Dt 5,19). Noi seguiremo questa indicazione di fondo, ma insieme la amplieremo, estendendo lo sguardo anche al X Comandamento : Non desiderare la roba d’altri. Cercheremo pure di affrontare l’attuale problematica socio-politica che ad esso è sotteso, ed allo VIII Comandamento, ponendo attenzione al campo ancora poco esplorato della cultura dei mas-media ; anzi quest’anno è proprio l’anno dei mas-media.

 

 

concetto di giustizia

 

Prima affrontiamolo biblicamente, partendo dall’evento centrale di Cristo, dal testo di Mt 25,31-46, l’obiettivo centrale che noi ci dobbiamo prefiggere è quello di illuminare il concetto di giustizia :

 

"Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra : Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere ; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno : Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere ? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito ? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti ? Rispondendo, il re dirà loro : In verità vi dico : ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra : Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere ; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno : Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito ? Ma egli risponderà : In verità vi dico : ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".

 

Il brano ci pone prima di tutto dinanzi ad una pretesa di Cristo, in quanto in questo brano, se voi ci fate caso ma è chiarissimo, Gesù si determina come Giustizia ultima. Cristo è centro e punto di arrivo della nostra salvezza e insieme misura e norma di tutte le nostre opere (vi ricordo a tale riguardo le tentazioni). La tentazione vera e propria era una : quella di fare uscire Gesù Cristo dalla sua umanità, in maniera tale che la redenzione e la remissione dei peccati diventassero cosa vana, in quanto noi non potevamo più accedere al livello divino perché Lui non era stato umano al cento per cento. Questo è importante perché quando io dico : Cristo è centro e punto della nostra salvezza e nello stesso tempo misura e norma di tutte le nostre opere, è possibilissimo seguirlo, perché Lui nel NT non ha fatto mai, non ha voluto mai imporre agli altri pesi superiori a quelli che potevano portare ; ci sono stati pure atteggiamenti di non risposta, il giovane ricco, il peso che Lui voleva dargli non l’ha sopportato ; ma questo perché ? Perché era legato alla terra, perché non si era aperto alla vita, perché era un uomo pieno dei suoi oggetti, non del proprio essere.

 

In questo senso il brano (Mt 25,31-46), ha una forte dimensione cristologica e nello stesso tempo universale ; il giudizio è per tutti i popoli della terra, per tutte le classi, dai potenti ai ricchi, dai poveri agli affamati.

 

Ogni uomo, bisognoso di aiuto è amato da Cristo e il nostro amore per Lui non può passare se non per la stessa via : non a caso saremo giudicati in base al nostro amore per i fratelli (perché proprio questo è il giudizio, tutto una risposta a quell’amore che dobbiamo dare ai nostri fratelli : vestirli, dare da mangiare, visitare). In questo rapporto con Dio che si esterna nel rapporto con gli altri è il nocciolo della fede crisitiana.

 

 

l’origine del concetto di giustizia

 

 

Qui dobbiamo andare all’AT. L’antico Israele condivideva con i popoli del vicino oriente il concetto di giustizia. Il concetto base è quindi un concetto profano e allude all’operato del Re nei riguardi dei poveri e dei deboli che hanno il diritto di essere protetti da lui (questo era il concetto che bene o male collegava tutti i i popoli del vicino oriente ; il re era appunto quello che andava incontro ai deboli e ai poveri che dovevano essere protetti dal re).

 

Lo stesso valeva per le varie divinità, che avevano l’obbligo di difendere chi si affidava ad essi. Questo è avvenuto, nell’antico Israele, nel periodo nomadico, quando ancora erano in giro come tribù.

 

Con la Rivelazione di Dio sul Monte Sinai, i termini mutano : Dio si rivela come Liberatore, e nello stesso tempo come colui che agisce continuamente a favore del suo popolo, in linea con le sue promesse.

 

Le opere che Dio compie dimostrano appunto questa sua Giustizia salvifica, quindi giustizia che salva., mai giustizia che punisce.

 

Come si vede, siamo ben oltre, l’idea iniziale di una pura conformità alla norma : la Giustizia di Dio, infatti, è in 1° luogo la sua attività salvifica, la sua fedeltà, sicché la giustizia di Israele non sarà che la sua risposta a tale iniziativa, non sarà altro che la lealtà verso il suo Dio.

 

E’ la giustizia di Jahvè, dunque, che fonda la giustizia di Israele, è una risposta quindi, essendo la giustizia di Israele come una partecipazione alla giustizia divina.

 

Di conseguenza, Dio diventa il Dio-parente, il Dio-vicino, che si lega con Israele con un legame di parentela più stretto di quello del sangue.

 

I beneficiari di tale alleanza, ne consegue, sono essi stessi "fratelli" tra loro ; ecco come è la teologia dell’AT,, prende corpo partendo dal concetto di giustizia, cioè è tutto concatenante.

 

Quindi, Dio è Giusto. Il giusto chi è ? E’ colui che ha un atteggiamento corretto verso Jahvè e che traduce tale atteggiamento in rapporto di solidarietà con gli altri.

 

In questo senso, giustizia religiosa e giustizia sociale marciano insieme. Questa è la nozione di giustizia nell’Antico Testamento. Adesso la nozione di giustizia moderna presenta delle sfaccettature diverse, vediamole insieme :

 

  1. - "Fondamento" della giustizia è la "Legge positiva". Alcune domande : ma per quelle materie per cui non esiste legge positiva, quale è il fondamento ? Forse la giustizia non trascende e supera e critica la legalità ? (questo è il discorso della legalità umana) ; se noi basiamo tutto sulla legge positiva, crollano molti nostri atteggiamenti ;

  2. "Fondamento" della giustizia (sempre nozione moderna) è il "Bene comune".

E’ giusto riconoscere che la nozione di "Bene comune" nella giustizia sociale è una nozione centrale, ma è giusto anche dire che la nozione non è soddisfacente ; non ogni contributo al bene sociale è obbligatorio per giustizia ; ugualmente non tutti i doveri della giustizia derivano dall’esigenza di promuovere il bene comune.

 

Possiamo affermare che è una nozione centrale, ma incompleta.

 

  1. - "Fondamento" della giustizia è il "Diritto Naturale dell’uomo" (e questo è contro certe interpretazioni di C.Marx, per il quale ogni diritto della persona deriva dal collettivo).

 

La GS 25, ad esempio è su questa linea : Principio, soggetto e fine della giustizia ; anche la GS 26 : L’ordine sociale e il suo progresso devono sempre…

 

 

concilio ecumenico vaticano II

 

costituzione pastorale "gaudium et spes"

 

(25) : Interdipendenza della persona e della umana societa’

 

Dal carattere sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Infatti, la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali. Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all’uomo, l’uomo cresce in tutte le sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli.

 

Tra i vincoli sociali che sono necessari al perfezionamento dell’uomo, alcuni, come la famiglia e la comunità politica, sono più immediatamente rispondenti alla sua natura intima ; altri procedono piuttosto alla sua libera volontà.

 

In questo nostro tempo, per varie cause, si moltiplicano rapporti ed interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di diritto pubblico o privato. Questo fatto, che viene chiamato socializzazione, sebbene non manchi di pericoli, tuttavia reca in sé molti vantaggi nel rafforzamento e accrescimento delle qualità della persona umana e nella tutela dei suoi diritti.

 

Ma se le persone umane ricevono molto da tale vita sociale per assolvere alla propria vocazione, anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini dal contesto sociale nel quale vivono e sono immersi fin dalla infanzia, spesso sono sviati dal bene e spinti al male.

 

E’ certo che i perturbamenti, così frequenti nell’ordine sociale, provengono in parte dalla tensione che esiste in seno alle strutture economiche, politiche e sociali. Ma, più radicalmente, nascono dalla superbia e dall’egoismo umano, che pervertono anche l’ambiente sociale. Là dove l’ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l’uomo già dalla nascita incline al male, trova nuovi incitamenti al peccato, che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza l’aiuto della grazia.

 

 

  1. - promuovere il bene comune

 

Dall’interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene comune - cioè l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente - oggi vieppiù diventa universale, investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano. Pertanto ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana.

 

 

Contemporaneamente cresce la coscienza dell’eminente dignità della persona umana, superiore a tutte le cose e i cui diritti e doveri sono universali e inviolabili. Occorre perciò che sia reso accessibile all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l’abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all’educazione, al lavoro, alla reputazione, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e della giusta libertà anche in campo religioso.

 

L’ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato.

 

Quell’ordine è da sviluppare sempre più, deve avere per base la verità, realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall’amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà. Per raggiungere tale scopo bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e intraprendere profondi mutamenti della società.

 

Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione. Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità.

 

 

La priorità, insomma, è dell’uomo e della sua dignità, per cui tutte le leggi positive non potranno mai contraddire con le esigenze della legge naturale (ribadisco di nuovo questo problema, che il nucleo di tutto, tutte le leggi positive non potranno mai essere in contraddizione con la legge naturale ; e qui ci ricolleghiamo alla "Humanae Vitae" dove il Papa diceva con molta semplicità : Io non sto dicendo niente di dogmatico, io sto facendo un’affermazione che riguarda la legge morale naturale".

 

Ma noi ci dobbiamo porre una domanda : Dove si fonda tale diritto naturale o Giustizia naturale ? Cerchiamo di rispondere : la domanda ci rimanda alle basi stesse della giustizia, ovvero ai suo fondamenti, e la Rivelazione ci aiuta a scorgerli.

 

1- "Fondamento ultimo della Giustizia è la natura di Dio". Cosa significa nella Scrittura che Jahvè e giusto ?

 

Significa che la legge che egli dà a Mosè è riflesso della sua stessa natura che conseguentemente e fondamento della legge (fondamento della legge in quanto è la sua stessa natura che si mostra nella legge).

 

L’insegnamento generale della Scrittura concorda con questo dato : fondamento della giustizia è la natura divina ; una natura, però, che consiste soprattutto nell’amore. La giustizia umana in tal modo ha così la sua essenza e il suo fondamento in Dio stesso.

 

quale è il fondamento remoto della giustizia ?

 

2 - Fondamento remoto della giustizia è Israele giusto - L’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, quindi l’uomo può in un certo senso imitare la giustizia di Dio.

 

In particolare, giustizia, è la conformità che l’uomo riesce ad attuare nella sua vita nel rapportarsi con Dio (ricordiamo sempre che il fondamento ultimo della giustizia è la natura di Dio), conformità che per l’uomo si gioca soprattutto a livello del cuore.

 

Perché dico questo ? ; che è una conformità che per l’uomo si gioca soprattutto al livello del cuore ? Perché precedentemente io avevo detto che la natura stessa di Dio è l’amore ; e voi dovete sapere che nel cuore, per gli ebrei, che c’è il centro dell’uomo, essi chiamavano il cuore "la coscienza" ; quindi, attraverso il cuore l’uomo può scoprire Dio che lo ama. Quindi, fondamento remoto della giustizia è l’uomo (Israele tutto vuol dire questo : l’uomo ; l’uomo giusto ; il popolo giusto).

 

Non una morale, quindi, legale legata alle leggi, ma una morale sociale personale, che muove dall’incontro rapporto dello "io" umano col "tu" divino e che ha nella partecipazione alla giustizia di Dio il suo fondamento remoto.

 

Il legalismo rabbinico non è un dato di partenza, infatti non si dà nessuna giustizia umana al di fuori della relazione con Dio, né la giustizia è semplice osservanza della norma.

 

Il concetto biblico di giustizia è un concetto profondamente religioso per il popolo ebreo ; giusto è colui che è fedele a Jahvè, che verso di lui un atteggiamento corretto (questo è una ulteriore esplicitazione del fondamento remoto della giustizia).

 

Se abbiamo visto il fondamento ultimo, abbiamo visto il fondamento remoto, dobbiamo vedere l’ultimo punto :

 

3 - Il Fondamento prossimo della giustizia - Allora, il fondamento ultimo della giustizia era Dio ; il fondamento remoto della giustizia era Israele (formato da uomini, quindi il popolo giusto), il fondamento prossimo della giustizia è l’uomo, il prossimo.

 

Ogni uomo è creato in un rapporto essenziale ed esistenziale con Dio, e da questo rapporto riceve la sua dignità.

 

Questo è il fondamento prossimo della giustizia, ovvero la dignità naturale dell’uomo più che la giustezza del singolo. Noi non giochiamo sull’aspetto della persona singola se è buona o cattiva, noi stiamo parlando dell’essenza della giustizia, e quindi l’uomo in sé è l’uomo giusto perché ha i fondamenti dell’agire di Dio (quindi qui non si parla della giustezza del singolo, ma della dignità naturale dell’uomo - questo non lo dovete mai scordare - dignità naturale dell’uomo ; questo è il solito discorso che nessuno può mai scardinare questa dignità naturale dell’uomo perché noi siamo ad immagine e somiglianza di Dio ; non è più un fatto nostro, quello della dignità dell’uomo, non è perché vivo in un periodo socialmente evoluto che la dignità dell’uomo deve essere spezzata ; pure in un periodo, dove c’è la più brutale delle dittature, pure in un periodo dove l’uomo è abbrutito dal peccato, la dignità dell’uomo rimane sempre, magari nascosta, ma rimane sempre).

 

Anche questo elemento "naturale" dell’uomo riceve luce da Dio, per cui se la natura di Dio è l’amore, allora anche l’amore di ciascuno per ciascuno sarà la dignità della persona che si concretizzerà.

 

Il concetto di amore, dunque, è ciò in cui si riassumono tutti e 3 i fondamenti.

 

A tale riguardo leggiamo Lc 4,18-19 : "Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista ; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore". Noi con questo passo entriamo in un nuovo capitolo, che potremo chiamare

 

 

capitolo VII

 

GIUSTIZIA DEL NUOVO TESTAMENTO

NEL PROGRAMMA DEL MESSIA

 

 

Il programma di Gesù è espresso in questo passo, ed è : "a proclamare la nuova buona notizia che è Gesù stesso" e in forza della sua pienezza di spirito, proclama un’era di grazia.

 

A chi è rivolto tale messaggio ? Il messaggio è diretto principalmente al povero.

 

Ma chi è il povero in questo caso ? Il povero economico ? Cioè colui che è povero d fronte a Dio, nel quale ripone ogni fiducia e nel quale ha l’unica sua ricchezza.

 

Però, dobbiamo ancora chiederci sempre seguendo questo passo : per questi poveri quale è la buona notizia ? E qui ci sono varie interpretazioni, noi ci fermeremo a due interpretazioni :

 

  1. interpretazione "escatologica"

  2. interpretazione "consolatoria"

 

L’interpretazione "escatologica" ci riporta ai tempi scuri e si potrebbe dire : ai poveri, questi che si abbandonano con fiducia nella braccia di Dio, Gesù fa doni spirituali in questa terra per potere vivere nella pienezza poi l’indomani.

 

L’interpretazione "consolatoria" è che i poveri già da adesso sono sollevati dalla loro miseria. Quando riusciamo veramente ad abbandonarci a Dio, non ci sentiamo sollevati dalle nostre miserie ? Questa è la consolazione di Dio, già da adesso ; i poveri sono sollevati già ora della loro miseria.

 

Le beatitudini di Mt e Lc partirebbero, in un certo senso, e comprendono queste due categorie ; da questa ragione nasce l’opzione preferenziale (ma non esclusiva) per i poveri.

 

Il concetto paolino di giustizia non si distacca da queste note programmatiche.

 

 

Adesso è bene, in un certo senso, brevemente, parlare un po’ di giustizia nei confronti del mondo greco. Cosa è giustizia nel mondo greco ? Giustizia, prima di tutto nel mondo greco, è un "Ordine", visto come nome proprio, cioè il nome della figlia di Zeus che partecipa al governo del padre sul mondo.

 

Non è un diritto, dunque, ma un ordine immanente all’essere, che viene regalato dalla divinità. Da questo concetto di ordine arriviamo all’ordine della città, "della polis" ; e a che cosa si riferisce questo "la giustizia nella città ?" La giustizia nella città (perché voi sapete che nel mondo greco erano le città che governavano), si ottiene nel fare ciò che tocca a ciascuno. Questa è la giustizia nel mondo greco, in particolare in ogni città, in ogni polis, e di riflesso l’uomo giusto è colui che si comporta in maniera conforme al proprio stato nella polis (ognuno aveva il suo stato, la sua categoria e l’uomo giusto era quello che sapeva vivere secondo il stato : lo schiavo saper fare bene lo schiavo, il governante saper bene governare ; il concetto di giustizia nel mondo greco è "giusto" è ben articolato : il governante era uomo giusto se appunto faceva ciò che gli toccava cioè ben governare).

 

Un utile confronto a questo riguardo ci viene dalla

 

GS 29 : La fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini e la giustizia sociale.

 

Tutti gli uomini, dotati di un’anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la stessa natura e la medesima origine ; tutti, redenti da Cristo godono della stessa vocazione e del medesimo destino divino : è necessario perciò riconoscere ognor più la fondamentale uguaglianza fra tutti,

 

Sicuramente, non tutti gli uomini sono uguali per la varia capacità fisica e per la diversità delle forze intellettuali e morali.

 

Ma ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio, Invero è doloroso constatare che quei diritti fondamentali della persona non sono ancora e dappertutto garantiti pienamente. Avviene così quando si nega alla donna la facoltà di scegliere liberamente il marito e di abbracciare un determinato stato di vita, oppure di accedere a un’educazione e a una cultura pari a quelle che si ammettono per l’uomo.

 

In più, benché tra gli uomini vi siano giuste diversità, la uguale dignità delle persone richiede che si giunga a condizioni di vita umane e giuste. Infatti le disuguaglianze economiche e sociali eccessive tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all’equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale e internazionale.

 

Le umane istituzioni, sia private che pubbliche, si sforzino di mettersi al servizio della dignità e del fine dell’uomo. Nello stesso tempo combattano strenuamente contro ogni forma di servitù sociale e politica, e garantiscano i fondamentali diritti degli uomini sotto qualsiasi regime politico.

 

Anzi, queste istituzioni si debbono a poco a poco accordare con le realtà spirituali, le più alte di tutte, anche se talora occorra un tempo piuttosto lungo per giungere al fine desiderato.

 

Quindi in questo passo della GS 29 c’è tutto il programma del termine dell’eguaglianza.

 

La fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini si fonda sulla condivisione della stessa dignità e della stessa vocazione ; giustizia, di conseguenza, sarà il riconoscimento di tale dato antropologico e teologico.

 

Adesso vediamo, sempre in campo della giustizia, la visione evolutiva del "concetto di giustizia" (abbiamo visto l’AT, il NT, abbiamo visto pure il mondo greco, adesso vediamo pure Aristotele - su cui si basava Tommaso in riguardo). Tommaso prende il concetto da Aristotele : "La giustizia è abitus" ovvero "la virtù per il quale si agisce scegliendo il giusto". Platone aveva definito la giustizia esattamente come "dare a ciascuno ciò che gli conviene" ; Tommaso continua dicendo che "la giustizia è la virtù per la quale ciascuno, con volontà costante, attribuisce a ciascuno il suo diritto", e qui è un elemento nuovo : "il suo diritto".

 

Questa giustizia classica del "a ciascuno il suo" (per voi va bene questa giustizia classica "a ciascuno il suo" ?)

 

Questo concetto classico, può apparire troppo codificato come se guardasse soltanto - ecco dove è il punto-

i beni della persona e non la persona stessa. La giustizia non può essere finalizzata solamente ai beni di una persona, ma deve essere generalizzata alla persona stessa, mai come un possesso, come una proprietà.

 

Da qui la necessità di recuperare nel concetto di giustizia il "diritto fondamentale" dell’uomo come immagine di Dio che è la base da cui sgorgano la giustizia e ogni altro diritto. Essere "persona", infatti, è la regione per cui l’uomo esige giustizia ed è chiamato a renderla.

 

Continuando sempre a definire la persona : essere persona è riconoscere agli altri la stessa dignità ed è la prima nota della giustizia.

 

Al contrario, la preoccupazione pura e semplice di dare a ciascuno il suo può divenire addirittura inumana (lo dicevamo pure l’altro giorno) : "eccoti il tuo e va’ via, di te non mi interessa null’altro !" ; molto spesso "a ciascuno il suo" può diventare questo senso di giustizia (a questo punto vi invito a pensare - ad esempio - alla giustizia del capitalismo, che dà si agli operai il pattuito, ma non pensa certo al loro bene psicologico e sociale, basta vedere un pochino le catene di montaggio che sono verificati negli anni passati, l’orario di lavoro, che pure se erano visti come orari di lavoro umani, ma in realtà inseriti in quel sistema di lavoro, diventavano disumani, che era un continuo fare un certo movimento).

 

Quindi, la giustizia è importante in questo senso, non possiamo noi accettare passivamente - basta che c’è lavoro, questo mi basta - pure il lavoro deve essere umano, non deve essere subìto il lavoro.

 

Lo "stretto dovuto", insomma, non è il bene personale della persona stessa, invece è la persona stessa che la giustizia deve e vuole tutelare.

 

Ugualmente il diritto nasce dalla persona, così come la vera ingiustizia colpisce la persona più che le sue cose. La vera ingiustizia, non colpisce mai le cose in sé, pure se dà l’idea che colpisca le cose ; certo un esempio di ingiustizia può essere, per esempio, quelli del terremoto, che hanno avuto le case distrutte e poi magari non costruite ; è una ingiustizia alla casa, alle cose ?, no ! è coinvolto l’uomo in prima persona.

 

 

la giustizia come valore e virtu’

 

Fine della giustizia è stabilire l’uguaglianza tra parti, nella reciprocità dei diritti e dei doveri, nella parità dei soggetti, nella perequazione degli scopi (perequazione significa : pareggiare e distribuire equamente),

 

Quindi : uguaglianza, reciprocità, parità e perequazione ; questi sono i termini che dimostrano equilibrio nella giustizia ; non ci può essere disuguaglianza tra le parti ; non ci può essere disaccordi di diritti e di doveri ; non ci può essere discredenza nei soggetti ; non ci può essere distribuzione iniqua negli scopi.

 

Si sottolinea così più il valore del comune e dell’uguale (tutti questi termini che ho detto non fanno altro che sottolineare in maniera marcata il valore del comune, quello che ci accomuna più che quella del proprio e dell’individuale ; è importante che capiate queste differenze). Il fine della giustizia, dette con queste parole, non fa altro che mettere in risalto il valore che ci rende tutti comuni e che ci rende tutti sullo stesso piano ; potete pure - in un certo senso farlo positivamente - sviluppare il fine della giustizia ampliando l’aspetto del proprio ; cioè rispetto del proprio, ognuno deve avere rispetto delle proprie cose, ma non l’ho voluto fare appositamente, perché allora ci limitavamo sempre allo stesso discorso : "a ciascuno il suo" ; invece noi dobbiamo trovare il fine della giustizia, non sulla base del proprio possesso della proprietà, ma sulla base dell’uguaglianza (è una realtà questa dell’economia che ora come ora, diciamo non più quella locale ma quella mondiale, non è regolata da alcuna giustizia ; non ha alcun codice deontologico ; l’economista a livello di codice morale non ne ha, perché le leggi dell’economia sono al di fuori di un discorso morale).

 

A questo punto, possiamo toccare qualche argomento che si trova nel testo, per esempio quello della "Macroeconomia", che ci presenta tre fasi che sono : la produzione dei beni ; la loro circolazione ; il consumo. In tutte e tre le fasi non c’è una etica di comportamento. Nella produzione dei beni, possiamo vedere come i prodotti arrivano nelle nostre case adulterate senza problemi : c’è un codice deontologico riguardo all’economia ? No ! ; nella distribuzione c’è un codice ? No ! ; c’è un comportamento di distribuzione equo a livello mondiale? No ! Paesi ricchi che hanno il sovrabbondante, Paesi poveri che non hanno nemmeno lo stretto necessario.

 

Adesso facciamo la distinzione di giustizia. Abbiamo quattro distinzioni di giustizia :

 

- la giustizia legale o contributiva ;

- la giustizia commutativa ;

- la giustizia distributiva ;

- la giustizia sociale.

 

la giustizia legale

o contributiva

 

Iniziamo con la giustizia legale o contributiva (solamente accenni perché non ci possiamo dilungare, interessante che voi abbiate chiaro quale è il fine della giustizia e perché noi non ammettiamo nel fine della giustizia la proprietà e l’individualismo).

 

La giustizia legale ordina i singoli e i loro rapporti al bene comune e alle leggi che intendono promuovere. Suo soggetto è la società o, meglio ancora, il bene comune, ovvero il bene di tutti i membri della comunità, chiamati tutti a contribuire al suo perseguimento.

 

Va da sé, evidentemente, che il bene comune non è il bene del regime, pur inglobandolo ; possiamo dire che questo tipo di giustizia è una giustizia generale.

 

 

la giustizia commutativa

 

Che possiamo chiamare pure transazioni economiche.

 

Tale giustizia riguarda tutte le transazioni economiche che avvengono in una società tra i suoi membri. Essa regola il giusto rapporto tra le parti, entrambi soggetti di diritti e di doveri.

 

Questa è una giustizia che rimane puramente esterna, perché è puramente sugli aspetti esterni dell’uomo.

 

 

la giustizia distributiva

 

Soggetto del diritto qui è l’individuo o il gruppo in quanto membri della società ; soggetto del rispettivo dovere è la società nei suoi organi rappresentativi, chiamati a far si che ciascuno condivida i benefici del bene comune a seconda dell’opera che presta e delle possibilità del bene comune stesso.

 

Qui possiamo pure fare inserire lo Stato sociale, assistenziale.

 

 

la giustizia sociale

 

Diversamente dalla precedente (cioè la giustizia distributiva), la nozione di giustizia sociale è una nozione nuova. Decisamente più personalistica e comunitaria delle precedenti.

 

Le sue origini sono legate alla questione sociale del secolo scorso e al suo sfondo politico.

 

Tre possono essere le sue definizioni :

- giustizia sociale è sinonimo di giustizia legale ;

- giustizia sociale dice insieme giustizia legale e giustizia distributiva ;

- giustizia sociale è una nuova specie di giustizia, una giustizia proporzionale non bene distinta dalle altre ma neanche riducibile ad essa.

 

 

 

Il termine - giustizia sociale - compare per la prima volta nel Magistero papale, con la "Quadragesimo anno" di Pio XI (1931). La sua nascita è collegata alla trasformazione della società, non più capace di capire con la sola giustizia legale le diverse esigenze ed istanze.

 

L’industrializzazione ed il capitalismo, infatti, hanno inclinato la giustizia commutativa e quella distributiva, asservita alla logica liberal-capitalista.

 

Da qui la necessità di recuperare la dimensione etica e soprattutto del valore della persona in ordine al bene comune, e insieme la nascita di una nuova nozione di giustizia (quella, appunto, detta personale sociale), che potesse garantire questo aspetto più personale della giustizia.

 

Adesso la domanda che ci dobbiamo porre : a che cosa si riferisce la giustizia sociale ?

 

Senz’altro, dobbiamo dire che la giustizia sociale si riferisce al benessere economico, ad una distribuzione proporzionata dei beni, agli obblighi tra le nazioni, oltre che fra i diversi gruppi sociali.

 

Profitti enormi e salari esagerati offendono la giustizia sociale. Ugualmente, la concentrazione delle ricchezze di un Paese è il contrario della distribuzione proporzionata dei beni.

 

Lo stesso riguardo al rifiuto delle Nazioni ricche di aiutare quelle povere, a condizione che tale povertà non sia conseguenza di pigrizia e di disorganizzazione (perché molto spesso negli Stati poveri c’è appunto un Governo, un gruppo al potere, che non vuole far crescere la Nazione).

 

La giustizia sociale, insomma, richiede un’equa distribuzione tra i diversi gruppi sociali e fra le diverse nazioni, senza la quale non si dà alcuna pace sociale vera.

 

La giustizia, infatti, è condizione indispensabile della pace, così come non c’è giustizia che non implichi l’amore : tutto ciò che è richiesto dalla giustizia è richiesto anche dall’amore, anche (stiamo attenti su questo) se non ogni dovere d’amore è un dovere di giustizia, al contrario è obbligatorio.

 

In questo senso la giustizia indica come e dove deve andare l’amore, fermo restando che solo l’amore ci rende capaci di conoscere davvero ciò che è dovuto al prossimo.

 

Ugualmente, solo l’amore e la carità rendono autentici la Solidarietà, che in loro assenza potrebbe divenire "ideologia".

 

Questo sulla "solidarietà" vorrei svilupparlo in seguito, perché è importante.

 

IL SINDACATO NEI PRINCIPALI TESTI DEL MAGISTERO SOCIALE

 

 

a) - RERUM NOVARUM

 

Iniziamo subito con la Rerum Novarum, cosa si dice nella Rerum Novarum ? Prima di tutto si dice :

 

1 - Leone XIII afferma che il diritto di associazione è diritto naturale.

 

Il contesto del perché si è scritta la Rerum Novarum :

 

La rivoluzione del 1789 aveva sciolto le corporazioni e proibito di creare gruppi per difendere interessi collettivi (quindi possiamo affermare che è stato il trionfo dell’individualismo) ;

oltre alla rivoluzione del 1789, dobbiamo parlare pure della situazione del sec.XIX : fino al 1860, associazioni e sindacati sono proibiti ; in seguito tollerati. A questo riguardo vi è la reazione del marxismo ; si vive, in quel periodo, in una atmosfera di scioperi, di violenze, che possiamo dire che queste sono la forza del movimento sindacale. Cosa avviene negli ambienti cattolici ? Come si ci può aspettare, per tutte le cose che iniziano, vi sono grosse divisioni : gruppi che ritengono che non è il caso che nascano queste corporazioni e si formino ; gruppi che invece ritengono che debbono essere di salvaguardia del lavoratore.

Grande importanza della presa di posizione dottrinale, pastorale e pratica che assume Leone XIII (lui prende delle decisioni nettissime, dopo avere studiato tutta la situazione).

 

2) La Rerum Novarum al n.1 accenna alla situazione sociale e dopo il Papa parla, appunto, del nucleo del perché ha scritto la Rerum Novarum.

 

3) La Rerum Novarum al n.30 afferma che l’uomo è per diritto naturale che deve associarsi (è una cosa fortissima, grossissima ; un Papa che dice questo vuol dire che non si può mettere in discussione il diritto di associazione).

 

4) Rapporto Stato-associazioni (sindacati) - Se le associazioni sono di diritto naturale, lo Stato deve fare alcune cose : - riconoscerle

- rispettarle

- proteggerle/difenderle

- conservarle RN nr 30 e 31

- lasciarle libere nel loro

funzionamento interno

 

Quindi questi sono i punti che lo Stato deve salvaguardare nelle associazioni, la Rerum Novarum dice questo ; lo Stato deve salvaguardare questi aspetti nelle associazioni.

 

  1. Le associazioni professionali

 

La Rerum Novarum ne afferma la priorità sullo Stato per quanto riguarda la competenza nelle questioni sociali (nr 29) ;

La Rerum Novarum guarda anzitutto al fatto concreto della loro esistenza e se ne compiace che siano nate e in tale contesto, senza esplicitamente farne il nome, ammette e approva i sindacati di soli lavoratori (nr 29), anche se tutto il discorso concerne le associazioni "professionali" (che sono le cosiddette eredi delle corporazioni, in cui cioè stanno insieme tutti gli interessati alla professione tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori).

 

La Rerum Novarum inizia quindi a distinguere tra associazioni miste e associazioni di soli operai

 

La Rerum Novarum insegna : la loro legittimità (nr 30, 1° par.)

la loro utilità e necessità (nr 29)

i loro diritti/doveri (sparsi nel contesto)

le loro prerogative in campo economico sociale (nr 33)

 

La Rerum Novarum difende il diritto/dovere dei cristiani ad avere sindacati cristiani (nr 32)

La Rerum Novarum difende una doppia libertà di associazione :

 

1 - la libertà di associarsi = io posso aderire ad un sindacato

2 - la libertà nell’associarsi = posso aderire al sindacato che mi piace

e quindi ho diritto di CREARE tale sindacato

 

Queste sono le due libertà che possiamo trovare nella Rerum Novarum, e penso che sia abbastanza sufficiente che voi sappiate questo della Rerum Novarum sul sindacato

 

 

  1. - sindacati nel magistero di pio xi (Papa dal 1922 al 1939)

- anno 1929 : Pio XI scrive una lettera, che possiamo chiamare la "Magna Charta del sindacalismo cristiano", al vescovo di Lille Mons.Achille lienart (poi cardinale), questa lettera è stata scritta il 5 giugno 1929. Lille è una città della Francia Settentrionale, centro minerario e industriale ove tra padroni cattolici e operai c’è serrato sciopero e grande tensione. Qui di seguito vi elenco i 7 punti dottrinali e pratici importanti della lettera :

  1. La Chiesa riconosce ed afferma il diritto dei padroni e degli operai di costituire associazioni sindacali sia separate, sia miste, e vede in questo un mezzo efficace per la soluzione della questione sociale.

  2. La Chiesa, nello stato attuale delle cose, stima moralmente necessaria la costituzione di tali associazioni sindacali.

  3. La Chiesa esorta a costituire tali associazioni sindacali.

  4. La Chiesa vuole che le associazioni sindacali siano stabilite e rette secondo i principi della fede e della morale cristiana.

  5. La Chiesa vuole che le associazioni sindacali siano strumento di concordia e di pace e, a tal fine, suggerisce le istituzioni di commissioni miste, come mezzo di unione fra di esse.

  6. La Chiesa vuole che le associazioni sindacali, create dai cattolici per i cattolici, si costituiscano fra cattolici, senza però disconoscere che necessità particolari possono obbligare ad agire diversamente.

  7. La Chiesa raccomanda l’unione di tutti i cattolici, per un lavoro comune nei vincoli della carità cristiana

 

Questo lo troviamo appunto nella "Magna Charta del sindacalismo cristiano" ; è importantissimo che questi 7 punti siano compresi e capiti.

 

 

- anno 1931 : enciclica "Quadragesimo ANNO" ; di questa enciclica a noi interessa in particolare il nr 36 :

 

Contesto : si tratta della "restaurazione dell’ordine sociale" non di semplici rimedi posticci (una politica sociale e basta), ma di vera e propria riforma sociale (di conseguenza, modifica radicale del regime).

 

In primo luogo occorre riformare le istituzioni : tra di esse gli "ordini professionali", da ricostruire su nuove basi.

 

Scopo duplice : rinnovamento economico (miglioramento delle condizioni di vita di ognuno) e superamento della lotta di classe.

 

- anno 1937 : enciclica "Divini Redemptoris" (a noi interessano i nr 49 - 54) :

Contesto : Doveri di stretta giustizia e giustizia sociale (in questa enciclica appare chiarissimo il concetto di giustizia sociale).

 

Affermazione capitale : non è possibile praticare la giustizia se non attraverso delle strutture collettive : ecco l’istituto del contratto collettivo di lavoro che richiede l’accordo (l’accordo vuol dire : "via la lotta di classe") tra rappresentanti di padroni e rappresentanti di operai.

 

I nr 53 3 54 sono tra le affermazioni più solenni di tutto il Magistero sociale della Chiesa.

 

 

  1. - pio xii (papa dal 1939 al 1958)

 

In questo periodo non ci sono delle encicliche sociali vere e proprie, ma troviamo :

Nei Radiomessaggi natalizi del 1941 - 42 e 44 difende la libertà di associazione (questo Papa ama molto i radiomessaggi, alle famiglie, ai medici, spessissimo lui comunicava attraverso i radiomessaggi).

Dopo la guerra accetta i sindacati unitari, ma propugna formazioni che promuovano la formazione morale (sul tipo delle ACLI in Italia), sociale e religiosa degli aderenti ai sindacati liberi.

 

Sostiene i sindacati cristiani europei e internazionali.

 

La prospettiva internazionale e mondiale, in questo Papa, è ben lumeggiata, ad es : nell’importante messaggio ai cattolici del 14/09/52, ove per la prima volta appare l’espressione "segni dei tempi".

 

 

  1. - sindacalismo in giovanni xxiii (papa dal 1958 al 1963)

- anno 1961 : enciclica : Mater et Magistra

 

sindacati = gruppi determinanti per la creazione del bene comune e strumenti di realizzazione della socializzazione

quindi il sindacato = elemento costitutivo della democrazia autentica (nr 68-73) ;

aspetto di rappresentativita’ democratica (nr 104 e ss). MM parla di "movimenti sindacali" che non sono solo di classe, ma accentuano l’attitudine di responsabilità in ordine ai maggiori problemi economici e sociali (possiamo dire tutto il contesto della MM, anche l’ultima parte, sviluppa la dimensione pedagogica e realizzativa della dottrina sociale) ;

elogio e incoraggiamento ai sindacati in genere e in particolare ai sindacati cristiani (nr 110).

 

- anno 1963 : enciclica : Pacem in Terris

 

riaffermazione del diritto (dei diritti e doveri che troviamo nella "Charta" (nr 3 - 18) ;

elemento determinante per il raggiungimento del bene comune.

 

e) - concilio ecumenico vaticano ii

 

Il Sindacato in gaudium et spes

 

Nel Concilio Vaticano II, noi troviamo in Gaudium et Spes al nr 68 che parla sui sindacati.

 

Il nr 6 della GS suggerisce una nuova concezione dei rapporti tra tutti gli interessati alla vita economica, sia nell’azienda, sia nella professione, sia nella nazione, sia a livello internazionale.

Nella 1° parte parla della partecipazione alla gestione dell’economia e introduce, al posto della verticale rigida e generatrice di conflitti (il padrone sopra, il lavoratore sotto), una linea orizzontale dinamica che pone le 4 categorie di collaboratori (proprietari, imprenditori, dirigenti e lavoratori) sulla stessa linea in dignità, benché con diverse responsabilità, diversi diritti e diversi doveri (concetto di parità).

 

Nella 2° parte si parla del diritto di associazione e delle responsabilità sindacali (anche se, per onor del vero, bisogna dire che il termine "sindacato" non appare).

 

Qui si fa un passo in avanti : dalla conflittualità della RN alla fase rivendicativa contrattuale istituzionale (delle altre encicliche che sono appunto : Quadragesimo Anno e Divini Redemptoris) alla rappresentativa (Mater et Magistra), ora siamo alla fase partecipativa : gli elementi personalistici e costituivi del bene comune sono evidenziati molto bene al nr 68 : si badi, a questo riguardo, alle parole scelte : formazione economico sociale - coscienza - funzione - responsabilità - parte attiva - partecipazione organizzata - capacità e attitudini - sviluppo economico - bene comune.

 

Nella Gaudium et Spes "Il sindacato viene considerato non solo come difesa di diritti economici sociali, ma come palestra di promozione di tutto il lavoratore.

 

 

  1. - sindacalismo in paolo vi (papa dal 1963 al 1978)

 

- anno 1967 : enciclica Populorum Progressio

 

contesto : prima parte dell’enciclica parla sullo sviluppo personale (dall’avere all’essere) ; cap.3 "l’opera da svolgere". Il sindacato - o meglio l’organizzazione professionale - è uno degli ambienti/stimoli/responsabili di tale sviluppo.

testo ; nr 38 : - Il Sindacato - si dice - dopo la famiglia, aiuta l’uomo a svilupparsi ;

- grande responsabilità in vista dell’educazione alla sensibilizzazione verso il bene

comune

 

nr 39 : - importante sviluppo della "doppia libertà" affermata da Leone XIII in RN.

Il pluralismo legittimo ha tre compiti e vantaggi :

 

1) - garantisce la vera democrazia, sindacato non unico ;

2) - stimola all’emulazione (quindi è "utile" al lavoratore)

3)- esercizio effettivo della libertà religiosa e della libertà di coscienza

 

commento : la PP non si limita a mettere in guardia contro i sindacati d’ispirazione materialista e atea (non cita esplicitamente i sindacati cristiani, ma nel contesto è chiara l’indicazione) ; ma afferma che occorre una dottrina : è il discorso della opposizione tra sindacalismo "pragmatico" e "ideologico". Ideologico non è solo cristiano o socialista. Qui il discorso è sull’efficacia "alla lunga" dell’azione sindacale : la PP dice, che pensare di tenere desti i lavoratori per generazioni unicamente per lottare per interessi materiali è una illusione : occorre una visione, un programma globale (esattamente il termine potrebbe essere una "utopia" ma nel senso originario del termine, non una utopia come si è deformata adesso, nel senso di cose irrealizzabili, ma nel senso di un programma che sia incarnato e illuminato dalla speranza, cioè non un programma di gente non entusiasta del futuro, ma un programma che è sicuro, che pure di fronte a eventuali impossibilità storiche, di realizzazioni impossibili in questo momento storico, in un futuro potrebbero essere realizzate).

problema : - della laicità di un sindacato cristiano

- della efficacia e dell’unità della classe operaia : formula "unità d’azione nella pluralità di

ispirazione"

 

- anno 1971 : lettera apostolica Octogesima adveniens

 

contesto : discorso fatto nella parte Nuovi problemi sociali" il nr 14 elenca alcuni problemi dei atori.

Lavoratori. Si tratta di tre brevi paragrafi : il 2° e il 3° parlano del sindacato.

testo : - si afferma il diritto sindacale e se ne lamenta la violazione ;

- si spiega la funzione del sindacato ;

- si mette in guardia dalla tentazione di abusare della forza che ormai il sindacato ha acquisi-

to e si parla sulla questione dello sciopero.

 

g) - sindacalismo in giovanni paolo II (papa dal 1978)

 

1981 - enciclica : Laborem exercens

 

contesto : cap. IV : I diritti degli uomini al lavoro - nr 20

accenni nel cap.II : Il lavoro e l’uomo - nr 8 (è interessantissima questa enciclica di una

qualità perché parla del lavoro con un aspetto profetico) ;

testo e commento : A) nr 8 : Legittimità e doverosità della lotta sociale nel sec.XIX (in poche parole si

legittima e si afferma che è doveroso la lotta sociale), a questo punto si parla

 

1. Solidarietà : - reazione contro l’ingiustizia

presa di coscienza da parte dei lavoratori dei propri diritti ;

 

2. Nuove forme, nuovi ceti, nuovi poveri ;

3. Nuove dimensioni della solidarietà.

 

B) nr.20 : Diritti e responsabilità del sindacato

 

1° Diritto : (par. 1°) "Diritto di difendere i diritti dei lavoratori" (Giovanni Paolo II usa queste parole

nel discorso del 31.5.1980 a St.Denis - Parigi)

Difesa, scopi e interessi collettivi, comuni, specifici (lui determina questi aspetti, ci deve

essere una difesa con degli scopi e interessi che raggruppino tutti ; specifici, cioè sapendo

dove si deve puntare) ;

 

(par.2°) : accenni agli "antenati" dei sindacati - = le corporazioni che univano sulla

base del lavoro, mentre oggi ci si batte sulla base della lotta per la tutela dei diritti (quindi

c’è un cambiamento ; se prima il sindacato, le corporazioni erano sulla base del lavoro : i

falegnami, gli orafi, i muratori, ecc., oggi ci si deve battere sulla base dei diritti dell’uomo,

tutela dei diritti ; quindi c’è un cambiamento di prospettiva, chiaramente una prospettiva

più profonda questa, perché lì si limitava solamente all’apparenza, all’esteriorità di un diritto)

Carattere moderno del sindacato. L’esperienza ha dimostrato che il sindacato è diventato un

indispensabile elemento costruttivo della società. 

 

(par.3°) : Sindacato non è solo riflesso della struttura di classe,

- ma esponente della LOTTA per la giustizia sociale (l’idea è di Pio XI in QA : Legittimità

della lotta : no alla lotta di classe, si alla lotta per la giustizia sociale) ;

- azione sindacale = adoperarsi per/Non lotta contro PERSONE : quindi lotta contro abusi,

ingiustizia, strutture, istituzioni, ma non contro le persone ; e soprattutto "azione per"

costruire il bene comune, di cui la componente fondamentale è sempre il rispetto e la pro-

mozione dei diritti di ogni persona e la facilitazione del compito dei doveri (PIT) ;

- il lavoro unisce, non divide : questa è la sua forza ;

- fattore costruttivo di ordine sociale e solidarietà.

 

(par.4°) : non corporatismo

 

(par.5°) : Non prestarsi al "giuoco politico" dei partiti o delle ideologie, ma fare una vera

politica sindacale ;

 

(par.6°) : Ruolo moderno "onnicomprensivo" : dal "paleosindacalismo" (avere), al

"neosindacalismo" (essere, partecipazione) ;

 

(par.7°) : sciopero.

 

LO SCIOPERO NEI DOCUMENTI

SOCIALI PONTIFICI

 

1 - lo sciopero nella rerum novarum

 

contesto : discorso su sciopero inserito NON nel quadro dell’associazionismo e sindacato - ma tra i compiti dello Stato in campo sociale ; è dovere dello Stato prevenire lo sciopero ;

testo :

1- "Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa

porgono non di rado agli operai motivi di sciopero."

 

commento : secondo Leone XIII lo sciopero è legittimo, perché motivato da regioni economiche

(salario insufficiente e/o sociali condizioni di lavoro indegne della persona).

Poco più oltre, nell’ambito della dottrina sul salario minimo giusto, lo sciopero è presentato come

doveroso : non solo un diritto ma un dovere. Denuncia degli eccessi, non delle ragioni.

 

2- "A questo sconcio grave e frequente occorre che ripari lo Stato perché tali scioperi non rechino

danno ai padroni soltanto e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi.

E per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pub-

blica tranquillità."

 

commento : lo sciopero è detto "sconcio", perché costituisce una manifestazione di quella lotta di classe che la RN definisce lo "sconcio maggiore della questione operaia" ; ma soprattutto per le due ragioni addotte : prima, il danno al vero interesse dei lavoratori e al bene comune sociale ; seconda, la conflittualità globale che si crea nella società : minaccia alla pace sociale.

 

3- "Il rimedio, poi, in questa parte più efficace e salutare si è prevenire il male con l’autorità delle

leggi e impedirne lo scoppio, rimuovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere

tra gli operai e padroni il conflitto."

 

commento : - alla fine, lo sciopero è detto "conflitto", non solo sconcio ;

- il rimedio sta nel prevenire : è dovere dello Stato ;

- il ricorso alle leggi = NON in senso repressivo, per ristabilire lo "status quo" : MA nel sen-

so della necessità di una "politica sociale generale" (=leggi) che previene lo sciopero per il

fatto che "rimuove a tempo le cause del conflitto". Ad esempio fissando gli orari di lavoro

o il minimo salariale (= le due ragioni addotte dalla RN per legittimare lo sciopero).

Dunque, la RN sullo sciopero è meno "conservatrice e più aperta" di quel che appare.

 

2) lo sciopero nella "gaudium et spes

 

contesto : discorso sul lavoro e sull’organizzazione dei rapporti personali che intercorrono tra le 4 categorie di collaboratori (a livello di azienda privata, o collettiva, o di attività statale nazionale o internazionale.

testo : "In caso di conflitti economico-sociali, sin deve fare ogni sforzo per raggiungere una soluzione pacifica. Ma se si deve ricorrere anzitutto al dialogo sincero tra le parti, lo sciopero può tuttavia rimanere, anche nelle circostanze odierne, un mezzo necessario, benché estremo, per la difesa dei propri diritti e la soddisfazione delle giuste aspirazioni dei lavoratori. Bisogna però cercare quanto prima le vie atte a riprendere il dialogo per le trattative e la conciliazione".

commento : - NON si trova la parola "diritto" riferito allo sciopero, perché nella visione conciliare lo sciopero è un fatto "patologico" (malattia) non "fisiologico" (salute o almeno condizione normale) ;

 

- si contrappongono la visione liberale e la cristiana a proposito di sciopero. Se l’impresa non è vista come "società di persone", è chiaro che le divergenze di opinioni, di metodi, di rivendicazioni sono affidate

 

 

 

alla forza (sciopero e serrata) ;  è chiaro che il fine e l’interesse del lavoratore sono estranei al fine e all’interesse del datore di lavoro e viceversa. Ogni divergenza , a ben guardare , è divergenza di fini ; ed è , già sul nascere, un conflitto che non può conoscere altra soluzione che la forza, la reciproca paura, il reciproco ricatto, l’affilarsi delle armi.

 

"E’ su questo terreno tipicamente liberale che è nata la lotta di classe" (Chiavacci). "liberale" vuol dire che non mette sullo stesso piano le 4 categorie di persone interessate e quindi crea conflitti tra finalità e interessi (al punto che alcune persone diventano strumenti per gli interessi dei fini di altre). Marx non ha inventato la lotta di classe, vi ha solo apposto l’etichetta. Sciopero e serrata sono le armi di tale lotta. Il conflitto è la norma e non l’eccezione.

La visione cristiana è diametralmente opposta : in essa il conflitto è abnorme, perché deriva da errata impostazione dei fini e degli interessi ; ma le divergenze vanno risolte in discussioni e confronti che possono essere anche duri, serrati, "conflittuali" - che si svolgono a livello delle 4 componenti e tengono conto del bene di tutta l’impresa e del bene comune. Purtroppo, tale visione è l’ideale cui si tende ; nel frattempo, "in hodiernis adjunctis" dobbiamo ammettere che viviamo normalmente in situazioni abnormi : perciò lo sciopero "manere potest adjumentum ( non dice "diritto", ma strumento, espediente, ricorso, strategia…) necessarium etsi ultimum, ad propria jura defendenda et at justa laborantium quaesita implenda". Lo sciopero non è concepito tanto quale strumento di contrattazione (si pensi a quel che la GS poco prima ha detto circa la "curatio" dell’impresa), quanto come mezzo di difesa del diritto dei lavoratori a un adeguato intervento nelle scelte economiche, a partecipare quando tale diritto venga conculcato.

Oggetto dello sciopero non è solo la rimunerazione (aspetto economico), ma tutto il complesso della situazione del lavoratore nell’azienda (aspetto socio-giuridico-culturale) : Jura et quaesita". Non è facile distinguere tra diritti naturali e diritti acquisiti, maturati attraverso accordi intercorsi tra associazioni professionali e intervento statale. Forse si potrebbe dire che tra i DIRITTI si possono catalogare quelli che abitualmente le Dichiarazioni, o le costituzioni, o le leggi o le convenzioni o i contratti collettivi dichiarano "diritti" ; mentre dei diritti : si possono infatti immaginare "sempre migliori possibilità di godimento" dei diritti riconosciuti ai lavoratori ; si tratta dell’aspirazione ad una condizione complessiva sempre più umana in rapporto con lo sviluppo dell’impresa e della propria capacità.

 

GS afferma che lo sciopero è legittimo sia quando è violato un diritto, sia quando il concreto godimento

dei diritti non è equamente promosso.

Evidente "elasticità" !

 

Se si parte dalla struttura sociale dell’impresa, qual è suggerita nei precedenti cpv. del nr.68, si deve dire che NON è lecito lo sciopero quando esso mira a procurare miglioramenti per categorie a scapito del bene dell’impresa o del bene comune.

 

Ma è chiaro che oggi l’ipotesi di partenza non è interamente verificata ; per cui le condizioni di liceità sono diverse. Ma è innegabile che per molte vie le associazioni operaie sono oggi già partecipi delle responsabilità delle scelte economiche fondamentali a livello statale. Ciò potrebbe facilitare l’esclusione di visioni egoistiche o corporativistiche dello sciopero, almeno quando esso si verifica a livello di una intera categoria o professione e non di una singola azienda.

 

Rimedio estremo : deve presupporre l’esaurimento di tutte le trattative precedenti. Come si può, quindi, il 1° gennaio, pubblicare il calendario degli scioperi del mese di ottobre ? ; magari anche di sindacalisti di orientamento cristiano ?

Ma rimedio estremo vuol dire anche che se si deve essere corresponsabili nei confronti dell’intera comunità : lo sciopero reca dei beni, ma di per sé è un male, perché reca danni : se non a tutti, certo a qualcuno.

 

3 . lo sciopero nella octogesima adveniens (80° anniversario della Rerum Novarum)

 

Dopo il Concilio, troviamo un testo del magistero papale di Paolo VI, nel 1971, al nr 14 della Octogesima adveniens :

 

  1. - contesto : i nuovi problemi sociali ; discorso positivo sul diritto sindacale e sulla funzione importante dei sindacati : essi hanno per scopo la rappresentanza delle diverse categorie di lavoratori, la loro legittima collaborazione all’economia generale, lo sviluppo del senso delle responsabilità in vista del bene comune.

  2. - testo : "Tuttavia la loro azione non è priva di difficoltà ; qua e là si può manifestare la tentazione di approfittare di una posizione di forza per imporre, segnatamente con lo sciopero - il cui diritto come ultimo mezzo di difesa resta certamente riconosciuto - delle condizioni troppo pesanti per l’insieme dell’economia o del corpo sociale, o per voler rendere efficaci delle rivendicazioni d’ordine direttamente politico. Quando si tratta in particolare di pubblici servizi, necessari alla vita quotidiana di una intera comunità, bisognerà saper valutare il limite oltre il quale il danno causato diventa inammissibile".

  3. commento : - appare il termine "diritto di sciopero", collegato con un triplice limite : si deve trattare di "ultimo mezzo di difesa" ; la valutazione del danno arrecato diventa il criterio morale di legittimazione dello sciopero ; si mette in guardia dal ricorrere allo sciopero per scopi politici.

 

 

4 - lo sciopero nella laborem exercens

 

  1. - contesto : cap.IV - "Diritti degli uomini del lavoro", nr 20 - "Importanza dei sindacati" ; dello sciopero si tratta alla fine del nr 20, capv.7, senza nessun titolo specifico.

  2. - testo : cfr. enciclica

  3. - commento : - si dice che i sindacati nel quadro della politica di difesa dei giusti diritti dei loro membri, "si servono anche del metodo dello sciopero" ;

questo è il blocco del lavoro inteso come una "specie di ultimatum" indirizzati soprattutto ai datori di lavoro ;

si tratta di un metodo riconosciuto dalla Chiesa come legittimo "alle debite condizioni e nei giusti limiti" : opiniamo che condizioni e limiti sono quelli, ad es. addotti da Oct. Adv.

perciò si auspica che lo Stato, nelle sue leggi, preveda il diritto allo sciopero esercitabile senza conseguenze negative personali : la LE non parla di Stato ; ma ci sembra evidente : chi può "creare" un diritto se non lo Stato ? Interessante, in ogni modo, che si preveda una specie di diritto secondario ;

si sottolinea che lo sciopero è un mezzo estremo ;

non se ne può abusare ;

non se ne può abusare specialmente per "giuochi politici" : le virgolette indicano che si sta pensando NON alla "politica sociale ed economica" che è diritto-dovere dei sindacati pensare a promuovere anche lo sciopero ; BENSI’ ai giuochi le cui fila sono tirate da "maneggioni politici", cioè da gente che fanno il giuoco del potere o di persona, o di gruppo, o di ideologia, ecc.

"Inoltre non si può mai dimenticare che, quando trattasi di sevizi essenziali alla convivenza civile, questi vanno, in ogni caso, assicurati mediante, se necessario, apposite misure legali" ;

 

osservazioni : 1°) servizi essenziali : es. ospedali, trasporti, acqua, luce, …

2°) misure legali :

a) - in caso di emergenza, per ovviare agli effetti negativi dello sciopero ;

b) - ordinariamente e precedentemente, lo Stato direttamente o indirettamente DEVE, con le leggi, garantire ai lavoratori dei pubblici servizi tali condizioni di lavoro che non li costringano a ricorrere allo sciopero IMPORTANTE ! A ben riflettere, è quello che chiedeva…la Rerum Novarum, quando chiedeva allo Stato "di PREVENIRE il male con l’autorità delle leggi rimuovendo a tempo le cause dello sciopero".

5) - l’importanza dei sindacati (laborem exercens)

 

Il Sindacato operaio è sorto nel sec.XIX per la difesa degli interessi di ogni singola professione. Dello sciopero tratta alla fine del n.20 cpv. VII senza nessun titolo specifico : "lo sciopero deve servire ai sindacati come estremo rimedio per la difesa dei giusti diritti dei loro membri ", questo è quello che dice Giovanni Paolo II.

 

commento : si dice che i sindacati nel quadro della politica di difesa dei diritti dei loro membri si servono anche del metodo dello sciopero. Questo è il blocco del lavoro inteso come una specie di ultimatum indirizzato soprattutto ai datori di lavoro. Questo è un metodo riconosciuto dalla dottrina sociale cattolica come legittimo alle debite condizioni e nei giusti limiti. In relazione a ciò i lavoratori dovrebbero avere assicurato il diritto allo sciopero, senza subire personali sanzioni penali per la partecipazione ad esso. Ammettendo che questo è un mezzo legittimo, si deve contemporaneamente sottolineare che lo sciopero rimane, in un certo senso, un mezzo estremo. Non se ne può abusare ; non se ne può abusare specialmente per giochi "politici" (il Papa ripete questa frase per due volte : "non se ne può abusare", è come un discorso, un discorso parlato). Inoltre, non si può mai dimenticare che, quando trattasi di servizi essenziali alla convivenza civile, questi vanno, in ogni caso, assicurati mediante, se necessario, apposite misure legali (mezzi di trasporto, sanità, ecc.). L’abuso dello sciopero può condurre alla paralisi di tutta la vita socio-economica, e ciò è contrario alle esigenze del bene comune della società, che corrisponde anche alla natura rettamente intesa del lavoro stesso.

 

Quindi, per finire, qui io metto i punti salienti di questo 7° cpv. :

 

  1. non se ne può abusare ;

  2. quando trattasi di servizi essenziali per la convivenza civile, questi vanno assicurati.

 

osservazioni : quali potrebbero essere i servizi essenziali : ospedali, trasporti, acqua, luce ecc.

misure legali : in caso di emergenza per ovviare agli effetti negativi dello sciopero : ordinariamente e precedentemente lo Stato direttamente o indirettamente, deve con le leggi, garantire ai lavoratori, dei pubblici servizi, tali condizioni di lavoro che non li costringano a ricorrere allo sciopero. A ben riflettere è quello che chiedeva la Rerum Novarum quando chiedeva allo Stato appunto questo ; e termino con la frase della Rerum Novarum per far capire che tutto è una continuità dall’inizio fino alla fine : prevenire il male con l’autorità delle leggi, rimuovendo in tempo le cause dello sciopero ; quindi prevenire il male.

 

don V.Scilabra