Fermati, osserva tutto e e accogli.
Guarda il cielo e guardando lascia che entri fino a riempirti.
 Fermati ancora, cosa provi?

Briciole di Cielo

Meditazione quarta:

umiltà fondamento delle virtù


Preparazione serale

Il primo passo nella formazione a questa virtù, sta nel rendermi conto del valore incompa­rabile dell'umiltà.

Per questo domani rifletterò sulla massima tradizionale: l'umiltà è il fondamento delle virtù. t vera? Come capirla? Fin dove è va­lida? Con quali disposizioni pratiche si rea­lizza?

Finora non l' ho forse accettata acritica­mente, senza penetrarne le ragioni? L'imperfe­zione della mia umiltà non dipende forse, in parte, dalla imprecisione delle mie idee su questo punto e dalla mancanza di convinzione che ne risulta?

La meditazione si dividerà in tre punti:

1. l'umiltà mette Dio a fondamento della vita

spirituale;

2. dona la confidenza in Dio;

3. dona la purezza di intenzione.

 

I.  L'umiltà mette Dio a fondamento della vita spirituale

San Giovanni Maria Vianney ha detto: «La superbia è la catena del rosario di tutti i vizi; l'umiltà è la catena del rosario di tutte le virtù». Prima di lui s. Bernardo aveva scritto: «L'umiltà è come il fondamento, buono e solido, delle virtù; se essa cede, tutte le virtù crollano» . L dottrina comunemente insegnata dagli autori spirituali che l'umiltà sta alla base della perfezione cristiana. Questa si identifica con la pratica dell'insieme delle virtù, delle disposizioni e delle forze che fanno realizzare il bene e costituiscono la grandezza morale. Viene paragonata ad un edificio che, per durare, deve avere solide fondamenta.

L'umiltà è il fondamento di questo edificio, perché indica e fa accettare Dio come principio e fine degli atti virtuosi. La stima esagerata di sé porta a ritenere se stessi come principio, a perdere la nozione della necessità di Dio, a non ricorrere più a Lui, a negare implicitamente la grazia. L'accecamento della superbia impedisce perfino di vedere quanto c'è di pericoloso e di odioso nella strana dimenticanza o nel rifiuto di consultare Dio e di implorare il suo aiuto. Una tale deviazione rende impossibile la perfezione spirituale. L'umiltà si oppone a questo male, e compie il suo ufficio di verità dicendo: «Dio, con la sua grazia, è il principio di ogni bene e di ogni perfezione». Impedisce di contare troppo sulle proprie forze e di attribuirsi il bene compiuto.

Dio non è solamente il principio degli atti virtuosi; deve esserne anche il fine. Ora il superbo, dominato dall'eccessivo desiderio di stima, non ha come fine che se stesso, i propri interessi; fa conto di ciò che gli frutterà più gloria e lode. Se ci tiene a riuscire, è per amore del successo; se soffre dei suoi fallimenti, è perché lo abbassano. La ricerca di una posizione brillante, di una distinzione onorifica, a volte di una semplice lode, è sufficiente a provocare sforzi e sacrifici, a ispirare atti coraggiosi, umanamente belli e benefici. Però siccome in essi Dio è dimenticato e messo da parte, quegli atti non sono soprannaturali e neppure virtuosi nel pieno senso della parola: sono fuori della perfezione spirituale. Quell'atteggiamento superbo reca in più a Dio l'offesa di preferire alla sua stima, la vana stima delle creature. Il ruolo dell'umiltà, come compito di ordine e giustizia, consiste nell'impedire una tale dimenticanza e ingiuria, nel restituire a Dio il suo diritto di essere il fine di tutti i nostri atti, come ne è il principio, e di orientarli verso la sua maggior gloria.

Se si riflette sull'obiettivo dei nostri atti di virtù, si constata che sono originati o dal desiderio di piacere a Dio e di glorificarlo, o dal desiderio di esaltare noi stessi e di attirarci la stima degli uomini. Il superbo si compiace di sé e, perfino nella virtù, ricerca la propria grandezza.

La lotta dunque, mio Dio, è fra te e la mia superbia. La mia perfezione spirituale sarà fondata su di Te che sei la forza, o su di me che sono la debolezza? La mia vita dovrà servire a procurare la tua gloria, o a soddisfare la mia vanagloria? Sarai tu il mio Dio, o sarò io il mio stesso idolo? Nel primo caso le mie virtù avranno un fondamento solido; nel secondo, saranno fondate sul niente: non saranno che apparenza.

 

II. L'umiltà dona la fiducia in Dio

La superbia è la rivale di Dio: è l'io che si sostituisce a Dio. La sua essenza si può esprimere con due formule: «Io conto su di me; agisco per me».

Far conto su di me, sulla mia abilità, sulle mie energie, sulle mie decisioni, non è forse un errore e una follia, dato che non posso fare niente senza Dio? Non ho io letto spesso le parole di Cristo: «Senza di me non potete far nulla»? (Gv 15,5). Se la superbia fa praticamente dimenticare o disprezzare questa verità, l'umiltà fa si che la ricordiamo e ne tiriamo le conseguenze. Mostra con evidenza che dipendiamo da Dio in ogni cosa, e che la sua grazia ci è assolutamente necessaria.

E se ci è indispensabile la grazia, la sapienza divina esige che, per riceverla, abbiamo quelle disposizioni che sono richieste dalla nostra povertà e impotenza. Per questo Dio ha posto l'umiltà come condizione per i suoi doni. «Dio resiste ai superbi,- agli umili invece dà la sua grazia» (Gc 4,6).

L'umiltà è una sfiducia verso se stessi che, quasi istintivamente, fa rivolgere a Dio con fiducia. L'umile dice fra sé: «Io mi conosco e vedo che non posso far niente; conosco Dio e so che con Lui posso fare tutto, come scriveva s. Paolo: 'Tutto posso in Colui che mi dà la forza' (Fil 4,13). Quanto più mi sento piccolo, debole, trascinato al male, tanto più mi sento spinto a mettere in Dio tutta la mia fiducia».

 

III. L'umiltà dona la purezza d'intenzione

«Cerco il mio interesse»: espressione disordinata e ingiusta, con la quale il superbo offende Dio, che deve essere il fine di tutto ciò che egli ha creato e di tutto ciò che concede alle creature di realizzare. Ristabilendo l'ordine e la giustizia, l'umiltà fa dire: «Cerco la gloria di Dio»: ecco la saggezza, il bene, la purezza d'intenzione.

Agire per Dio significa gravitare verso l'Essere infinito per il quale tutto esiste, far risuonare la mia nota nel concerto universale che lo glorifica, prendere il mio vero posto nel piano del suo adorabile amore. Dio ha il diritto di restare il bene supremo, eminentemente amabile, sicché io sarei un insensato se non ne facessi lo scopo di tutti i miei atti. La superbia si oppone a questo orientamento; l'umiltà lo ristabilisce.

Senza fare di sé un idolo nel senso assoluto della parola, si può orientare tutto a se stessi di fatto o nel desiderio. In teoria non si esclude Dio dalle proprie intenzioni, ma lo si lascia da parte. Si esce cosi dal piano divino, si devia e ci si sposta dal progetto della creazione.

È l'umiltà che fa assumere il nostro vero posto attraverso la purezza d'intenzione. L'umile si libera dall'ossessione di sé, confessa e rispetta i diritti di Dio e ne fa la regola della propria vita. Se gli accade di scostarsene, se ne accorge e ritorna sui suoi passi. La purezza d'intenzione è per lui una necessità e, secondo la parola di Gesù, “la luce che è in lui rischiara” tutti i suoi atti (cfr Mt 6,22-23).

Quanto è felice quest'anima che si abbandona alla volontà di un Padre onnipotente e infinitamente buono: vuole tutto quel che vuole lui, ama tutto ciò che lui ama. Sopporta con la stessa serenità le prove esterne e i distacchi interiori.

Come vive lontano da queste disposizioni il superbo, e quanto è da compiangere! Poiché sta scritto: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata» (Mt 15,13).

La purezza d'intenzione e la fiducia in Dio sono dunque figlie dell'umiltà. La purezza d'intenzione guida, la fiducia anima, e insieme fondano il progresso che poco alla volta conduce alla perfezione. Dio, che quaggiù è il bene ricercato, sarà in cielo il bene posseduto.


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